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Clima, è ora di invertire la rotta

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Clima, è ora di invertire la rotta

Clima, è ora di invertire la rotta

Restano lontani gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Passo indietro dell’Italia. Legambiente: “Necessario un piano per un futuro rinnovabile e libero da fonti fossili”.

di Giuliano D’Antonio*

Ci attendono anni estremamente importanti per vincere la sfida dei cambiamenti climatici. Ma ancora pochissimi soggetti istituzionali mostrano la piena consapevolezza dei rischi che abbiamo di fronte non solo per le future generazioni, ma anche per la nostra che si trova a vivere un passaggio epocale di primaria importanza. Tutte le iniziative intraprese sembrano non tenere conto dell’urgenza che richiede la situazione determinatasi, né l’Accordo di Parigi si traduce in un’operatività in linea con gli obiettivi prefissati. La conferma di questo stato di cose è ben spiegata nell’annuale rapporto di Germanwatch sulla performance climatica dei principali Paesi del mondo – realizzato in collaborazione con CAN e NewClimate Institute e per l’Italia con Legambiente – presentato nei giorni scorsi a Katowice, in Polonia.

Se si analizzano i percorsi avviati in 56 Paesi e nell’Unione Europea nel suo complesso (perimetro nel quale si concentra il 90 per cento delle emissioni globali), si deve prendere atto che anche quest’anno “le prime tre posizioni della classifica non sono state attribuite, perché nessuno dei Paesi ha raggiunto la performance necessaria per contrastare in maniera efficace i cambiamenti climatici e non superare la soglia critica di 1.5°C” (fonte: comunicato stampa di Legambiente del 10 dicembre u.s.).

Al quarto posto della classifica ritroviamo nuovamente la Svezia “con un’ottima performance nella riduzione delle emissioni e una continua crescita delle rinnovabili, seguita dal Marocco che consolida la sua leadership tra i Paesi in via di sviluppo grazie ai considerevoli investimenti nelle rinnovabili e a un’ambiziosa politica climatica. Tra i Paesi emergenti, l’India ha fatto un importante passo in avanti posizionandosi all’11° posto, grazie ad una buona performance climatica dovuta alle basse emissioni pro-capite e al considerevole sviluppo delle rinnovabili”.

E l’Italia? Perde ben sette posizioni, scendendo al 23esimo posto rispetto al 16esimo dello scorso anno. Perché? Perché “nonostante una buona performance nell’uso di energia” – spiega sempre Legambiente – ha influito “il rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili” e soprattutto “l’assenza di una politica climatica nazionale (28a posizione) adeguata agli obiettivi di Parigi. Le emissioni nel 2017 sono diminuite, infatti, di appena lo 0.3% rispetto all’anno precedente con una riduzione solo del 17.7% rispetto al 1990”.

Come intraprendere un percorso virtuoso? Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente, individua una prima importante risposta nel “Piano Nazionale Clima-Energia, che dovrà essere trasmesso alla Commissione Europea entro la fine di dicembre, nel quale vanno introdotti obiettivi più ambiziosi di quelli attualmente previsti in Europa per il 2030. Un impegno indispensabile non solo per tradurre in azione l’Accordo di Parigi, ma soprattutto per accelerare la decarbonizzazione dell’economia europea. Solo così sarà possibile vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale, creando nuove opportunità per l’occupazione e la competitività delle imprese europee, attraverso una giusta transizione che non penalizzi i meno abbienti e le aree periferiche. Una sfida che l’Europa e l’Italia non possono fallire”.

Come non essere d’accordo? Ma, nello stesso tempo, come ritrovare le ragioni per essere ottimisti?

*Presidente Fonmed (Fondazione Sud per la Cooperazione e lo Sviluppo del Mediterraneo)

(Fonte: legambiente.it/ 10.12.2018)

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