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Gas serra, diete e consumo (eccessivo) di carne

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Gas serra, diete e consumo (eccessivo) di carne
Le connessioni molto strette tra cibo e inquinamento. Il 26% dei millenials è vegetariano.

Gas serra, diete e consumo (eccessivo) di carne

Tra le varie “ricette” per conciliare alimentazione e tutela degli equilibri ambientali il “flexitarianism” è ritenuto un tipo di nutrizione sufficientemente adeguato.

di Giuliano D’Antonio*

Alcuni studi molto autorevoli di recente pubblicazione – sintetizzati ed illustrati su asvis.it (il sito web dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) in un articolo di Flavio Natale – confermano ulteriormente che la riduzione del consumo di carne non solo fa bene alla salute dell’uomo, ma è in grado di evitare l’aumento di gas serra. Il problema è esteso a tutte le aree del globo, ma va evidenziato come alcune zone del pianeta siano da inquadrare in un contesto di maggiore criticità. Secondo le linee guida della rivista medica “Lancet” in Nord America lo squilibrio è tale che si ritiene necessaria una drastica riduzione dell’84% del consumo di carne rossa. Dieta rigida anche per i cittadini dei Paesi europei: 77% di carne rossa in meno e il 15% in più di noci e semi. Stesso orientamento si riscontra sulla rivista “Nature”: “per evitare di incrementare i livelli di gas serra, deforestazione e scarsità delle acque è richiesta una riduzione del consumo di carne del 90%”.  Come raggiungere questi obiettivi? Ritorna il tema della diffusione delle informazioni e dell’avvio di indispensabili campagne di formazione.

Occorre prendere atto che i segnali più importanti di un cambiamento sostanziale nelle diete alimentari sono giunti dalle comunità dei vegetariani e dei vegani, soprattutto nelle fasce giovanili. Uno studio (Acosta) indica il 26% di Millenials come vegetariani o vegani, ma, naturalmente, rispetto al totale della popolazione mondiale siamo lontani dalle percentuali adeguate all’obiettivo da raggiungere. Il consumo di carne resta molto alto non solo nei Paesi del benessere consolidato, ma anche in quelli in via di crescente sviluppo.

Senza rincorrere modelli alimentari basati sul “rigorismo”, occorre prendere atto che le criticità vanno affrontate con un approccio graduale. Da questo punto di vista il “Flexitarianism” – la “Dieta flessibile” – è ritenuto “un tipo di nutrizione che presenta i vantaggi di un’alimentazione prevalentemente vegetariana, ma con un apporto di carne”. La centralità dei vegetali biologici (40% del fabbisogno) si coniuga con cereali integrali (20%), legumi (15%) semi oleosi (5%), uova e latticini (10%) e con una percentuale residuale di carne e pesce. Compatibili anche dolci, vino e insaccati.

Questo movimento basa la sua filosofia sulla convinzione che “l’allevamento industriale e i suoi prodotti sono connessi a problemi che riguardano noi stessi tanto quanto gli altri (malattie cardiache, maltrattamento degli animali, disastri ambientali)”.

In questo contesto è evidente che – come sottolineato per numerosi altri problemi legati alla sostenibilità ambientale e alle emergenze sociali ed economiche – il passaggio cruciale resta un’adeguata ed incisiva azione di sensibilizzazione delle popolazioni in tutte le aree del mondo. Un’azione che non può che essere spinta con scelte politiche chiare e consapevoli, oltre che dallo stanziamento delle risorse finanziarie necessarie. Ma, al momento, siamo molto lontani da scelte istituzionali effettivamente orientate in questa direzione.

*Presidente Fonmed (Fondazione Sud per la Cooperazione e lo Sviluppo del Mediterraneo)

(Fonte: asvis.it/ 08.03.2019)

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