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Plastica, inquinamento inarrestabile

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Plastica, inquinamento inarrestabile
Oltre 270 le specie animali vittime dell’intrappolamento in reti da pesca abbandonate.

Plastica, inquinamento inarrestabile

Il Wwf lancia l’allarme. Ogni anno circa 100 milioni di tonnellate vengono disperse in natura a livello globale. Entro il 2030 gli oceani diventeranno gli habitat naturali più colpiti.

di Giuliano D’Antonio*

L’inquinamento da plastica in natura è uno dei fenomeni più invasivi e pericolosi rispetto ai quali siamo molto lontani dalla diffusione di un accettabile livello di consapevolezza della popolazione mondiale. I numeri (fonte Wwf) sono davvero inquietanti:  396 milioni le tonnellate di plastica vergine che vengono prodotte su scala globale ogni anno, circa 100 milioni di tonnellate (pari a un terzo dei rifiuti plastici prodotti, che ammontano a 310 milioni di tonnellate) sono quelle che vengono disperse in natura “per colpa della scorretta gestione della filiera (dalla produzione al consumo, al riciclaggio, allo smaltimento)”. Se non si correrà fin da subito ai ripari, “entro il 2030 l’inquinamento raddoppierà rispetto all’attuale e gli oceani saranno gli habitat più colpiti poiché oggi è più economico scaricare la plastica in natura piuttosto che gestirla efficacemente fino a fine vita”.

Lo studio Wwf evidenzia, altresì, che “nei prossimi 15 anni la produzione di rifiuti potrebbe aumentare del 41% a causa dell’accelerazione della produzione di materie plastiche dovute al calo dei costi di produzione. Inoltre la recente messa al bando della Cina alle importazioni di rifiuti farà sì che, dal 2030, 111 milioni di tonnellate di rifiuti plastici dovranno essere ridistribuiti a livello globale. In una situazione in cui su scala europea il 40% della plastica viene persa e non avviata al riciclo. In media ogni italiano produce ogni 5 giorni 1 chilo di rifiuti plastici”.

Occorre, poi, aggiungere che “nella catena del valore della plastica – rimarca sempre il Wwf – non vengono calcolate le esternalità ambientali, i costi per le comunità umane e per gli ecosistemi: ammonta a 8 miliardi di dollari il costo annuale degli effetti negativi diretti su pesca, commercio marittimo, turismo e sugli ecosistemi marini. Al mondo sono oltre 270 le specie animali vittime dell’intrappolamento in reti da pesca abbandonate e in altri rifiuti plastici; sono 240 le specie che presentano rifiuti plastici nello stomaco. Si aggiunga che, se non vengono invertiti i trend attuali, al 2030 rischiamo che aumentino del 50% le emissioni di CO2 dovute alla plastica e triplichino quelle derivanti dal suo incenerimento”.

Come provare a venirne fuori o, almeno, ad invertire la rotta? Le proposte del Wwf partono dal presupposto che “finché non vi sarà l’impegno di tutti i settori coinvolti nel ciclo di vita della plastica”, non si riuscirà a concludere nulla di positivo. È evidente che bisogna muoversi in un’ottica internazionale e che, quindi diventa necessario – propone l’associazione ambientalista – un trattato “globale vincolante e con un approccio unitario e condiviso che punti sulla responsabilità e la rendicontazione”.

Siamo realmente in grado di porre rimedio al disastro attuale? Il Wwf ritiene che “entro il 2030, con un approccio più sistemico lungo tutto il ciclo di vita della plastica, si potrebbero ridurre del 57% i rifiuti plastici (pari a 188 milioni di tonnellate di plastica in meno)”. La messa al bando della plastica monouso (quella che dura meno di 1 anno), sempre secondo il Wwf, “può ridurre la domanda di plastica del 40%”. Se, poi, si riesce a fare aumentare la crescita di plastica riciclata, si potrebbe “abbattere della metà la produzione di plastica vergine”.

Ribadiamo, sommessamente, che occorre assolutamente implementare tutte le azioni volte a diffondere maggiormente le informazioni e la consapevolezza del contesto nel quale siamo precipitati. Solo l’esatta cognizione della catastrofe alla quale andiamo incontro è in grado di stimolare una svolta dal basso. Ma, a quanto pare, le istituzioni nazionali, regionali e locali, non sembrano ancora mobilitate come, invece, responsabilmente dovrebbero.

*Presidente Fonmed (Fondazione Sud per la Cooperazione e lo Sviluppo del Mediterraneo)

(Fonte: wwf.it/ 05.03.2019)

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