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Coronavirus e pandemia di plastica

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Coronavirus e pandemia di plastica

“Affrontiamo due crisi: clima e coronavirus”. Questa la dichiarazione accorata di Greta Thunberg a ridosso dell’Earth Day, tenutosi nell’aprile scorso. Ad oggi, la situazione resta pressoché immutata: è in corso una vera e propria pandemia di plastica.

Convivere con il Coronavirus, paradossalmente significa produrre più rifiuti.

Le testimonianze nel mondo

Da quando il Covid – 19 è giunto nel Regno Unito, sulla riva del Tamigi c’è stato un accumulo di guanti di latex.

Storia simile anche sulle isole Soko. Vicino ad Hong Kong, Gary Stokes (responsabile dell’organizzazione ambientalista OceansAsia) ha reperito  – nel mese di febbraio – su una striscia di sabbia di cento metri, settanta mascherine chirurgiche. 

John Hocevar – direttore della campagna oceani di Greenpeace USA – ha affermato che la struttura dei rifiuti di plastica sia estremamente dannosa per la vita marina. Ed ha spiegato – alla CNN – quanto le microplastiche siano deleterie per i nostri mari e di conseguenza per il nostro cibo:

“Per esempio, i guanti possono sembrare meduse o altri tipi di alimenti per le tartarughe marine e le cinghie sulle maschere possono intrappolare gli animali”.

I dati allarmanti

Secondo uno studio – pubblicato nel 2017 sulla rivista Science – dal 1950 ad oggi, l’uomo ha prodotto circa 6,3 miliardi di tonnellate di rifiuti di plastica. Il 91% dei quali non è mai stato riciclato.

Infatti, la plastica risulta difficile da riciclare anche perché, a detta di molti riciclatori, esistono pochi sussidi statali per incentivare l’azione. Inoltre, la plastica riciclata ha purtroppo un prezzo più alto, che favorirebbe l’acquisto di quella ex novo.

Secondo gli analisti di mercato dell’Independent Commodity Intelligence Services (ICIS), a seguito della pandemia il costo di molti rifiuti comunemente riciclati è aumentato. Oggi è dall’83% al 93% più alto rispetto ai materiali nuovi.

In Unione Europea

Allarmante anche il responso della Corte dei Conti Ue. L’Europa di questo passo non sarà in grado di perseguire gli obiettivi del 50% di riciclo degli imballaggi in plastica entro il 2025. Irrealizzabili anche quelli auspicati per il 2030, che prevedono il 55% dei prodotti di recupero.

Come ha affermato Samo Jereb, membro della Corte dei conti europea, nonché responsabile dell’analisi:

“Per raggiungere questi nuovi valori – obiettivo in materia di riciclaggio degli imballaggi di plastica, l’UE deve invertire sull’attuale situazione, nella quale le quantità incenerite sono maggiori di quelle riciclate. Si tratta di una sfida difficilissima. Facendo rinascere, a causa di preoccupazioni di ordine sanitario, le abitudini dell’usa e getta, la pandemia di Covid – 19 dimostra che la plastica continuerà ad essere un pilastro delle nostre economie, ma anche una minaccia ambientale sempre più grave”.

Le conseguenze del commercio on-line

La pandemia e l’annesso isolamento forzato hanno innescato un boom del commercio on – line.

Secondo recenti analisi – basate sugli ultimi dati del consorzio Netcomm – è emerso che tra i mesi di gennaio e aprile del 2020, c’è stato un incremento di circa 2 milioni di clienti sul web. Cifra triplicata rispetto alla stessa fascia di mesi del 2019. 

Complessivamente, stando a quanto riportato da MarketWatch, le azioni di Jeff Bezos hanno guadagnato oltre il 23,6% quest’anno. La valutazione di mercato della compagnia, arriverebbe così a quota 1.140 miliardi di dollari. 

Inoltre, secondo il Peterson Institute for International Economics – centro studi di Washington – nel primo trimestre del 2020, i cinesi avrebbero acquistato on – line più del 25% dei beni materiali.

Fin qui, non sembra esserci niente di preoccupante. Se non fosse che la maggior parte dei prodotti comprati in rete, sono avvolti nella plastica. In questo modo si protegge la merce dagli urti durante il trasporto, ma si limita drasticamente il riciclo del materiale usato per tale finalità. E così la pandemia di plastica sembra non avere fine.

Questo non riguarda solo gli oggetti, ma anche il cibo. In aumento anche la vendita di piatti pronti a domicilio e della plastica utilizzata per l’imballaggio. 

Anche a Salerno…

Anche nella città di Salerno, nel novembre scorso – a seguito di un incessante temporale –  c’è stata una pandemia di plastica.

Il nostro mare è diventato un tappeto di plastica e di rifiuti simile a quello dei casi sopracitati.

Come ha dichiarato l’autore statunitense David Wann: “Una confezione di plastica da mettere nel “forno a microonde” è programmata per una durata di forse sei mesi, un tempo di cottura di due minuti e una permanenza di secoli nella discarica”.

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