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Deterioramento degli ecosistemi e pandemia: quanto siamo responsabili noi della diffusione dei virus?

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Deterioramento degli ecosistemi e pandemia: quanto siamo responsabili noi della diffusione dei virus?

C’è davvero un rapporto tra il deterioramento degli ecosistemi e la pandemia?

In altre parole, quanto siamo responsabili noi di quello che sta accadendo nel mondo?

Ciò che sappiamo fino ad ora

A rispondere a queste domande ci hanno pensato numerose pubblicazioni, articoli, rapporti scientifici, ricerche.

Ciò che emerge è che la nostra azione distruttiva nei complessi equilibri dinamici della biosfera e il nostro intervento sugli ecosistemi possono portare a conseguenze che hanno un impatto diretto sul nostro benessere. E, in particolare, sulla nostra salute.

Come? Attraverso semplici meccanismi. Quali l’aumento dei siti di riproduzione dei vettori delle malattie, il mantenimento in cattività di specie selvatiche a stretto contatto tra loro. Oppure la perdita di specie predatrici, i cambiamenti genetici indotti dall’uomo di vettori di malattie o agenti patogeni (come la resistenza delle zanzare ai pesticidi o la comparsa di batteri resistenti agli antibiotici).

Virus ed inquinamento atmosferico

C’è una connessione anche tra la propagazione del virus e il pericoloso livello di emissioni presenti nell’aria?

A darci la risposta è la “relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione” , elaborata da un team di accademici e ricercatori italiani.

Che ha spiegato come il particolato atmosferico – ovvero le particelle di aerosol presenti nell’aria per cause naturali (sale marino, azione del vento, pollini, eruzioni vulcaniche) e fonti antropiche (traffico, riscaldamento, processi industriali, inceneritori) – funzioni da carrier. Cioè da vettore di trasporto per molti contaminanti chimici e biologici. Inclusi i virus.

I virus si “attaccano” a queste particelle con un processo di “coagulazione”. Che permette loro di rimanere nell’atmosfera anche per ore, giorni, oppure settimane. E che ne veicola la diffusione ed il trasporto anche sulle lunghe distanze.

I casi nel mondo

Come emerge dal primo rapporto mondiale sullo stato degli ecosistemi del mondo pubblicato nel 2005, patrocinato dalle Nazioni Unite – il Millennium Ecosystem Assessment – ci sono vari esempi che dimostrano la complessa ma allarmante relazione tra il deterioramento degli ecosistemi e la diffusione di malattie infettive.

In alcuni paesi tropicali, la diffusione dell’agricoltura intensiva con strumenti per l’irrigazione – come dighe e canali – hanno portato ad una maggiore diffusione della schistosomiasi. In quanto i nuovi habitat artificiali permettono il proliferare di alcune lumache che fungono da serbatoio intermedio per il parassita responsabile. E cioè un trematode (piccolo verme piatto, del genere Schistosoma), che infetta circa 207 milioni di persone in tutto il mondo.

Allo stesso modo, la deforestazione ha aumentato il rischio di malaria in Africa e in Sud America. Questo è in larga parte imputabile allo stravolgimento degli equilibri ecologici che riducono la diffusione delle zanzare.

L’utilizzo intensivo di farmaci nell’allevamento intensivo di bestiame ha portato alla comparsa di ceppi di Salmonella, Campylobacter e di Escherichia coli resistenti agli antibiotici.

L’urbanizzazione incontrollata delle aree forestali è stata associata a virus trasmessi dalle zanzare.

Le aree urbane tropicali con sistemi di approvvigionamento idrico carenti e la mancanza di un riparo favoriscono la trasmissione della pericolosa e assai diffusa febbre dengue.

Il rapporto AsVis 2020

Anche il rapporto ASViS 2020 si è occupato del rapporto tra deterioramento degli ecosistemi e pandemia.

Ed ha ricordato che già da diverso tempo gli esperti avevano previsto la possibile diffusione planetaria di un virus letale con effetti significativi sull’intera umanità dovuto ad una zoonosi.

Il rapporto ha inoltre menzionato il più recente ed autorevole rapporto delle Nazioni Unite sullo stato di salute della biodiversità e degli ecosistemi nel mondo. Che ha documentato come l’intervento umano in questi ultimi decenni sia stato senza precedenti nella storia dell’umanità. Ed abbia modificato e trasformato il 75% delle terre emerse, impattando significativamente il 66% degli oceani e dei mari del globo.

Appare quindi innegabile che tra il deterioramento degli ecosistemi e la pandemia ci sia una stretta relazione.

Esistono soluzioni?

Probabilmente sì. Ma per ovviare a questo problema, è necessario risalire alla sua origine.

In primis, capire meglio il funzionamento degli ecosistemi – e in particolare il loro ruolo nel difenderci dalla diffusione di malattie – è fondamentale per comprendere quanto sia importante proteggerli e gestirli meglio. Al fine di evitare di dover successivamente correre ai ripari, ricostruendo e ripristinando equilibri e processi ecologici cruciali per la nostra salute.

È quindi fondamentale seguire l’approccio One Health (decisivo per l’applicazione dell’Agenda 2030). Cioè una condizione di salute comune per uomini, biodiversità e sistemi naturali.

Ovviamente per il raggiungimento di una tale condizione è necessario modificare un sistema economico in chiara rotta di collisione con i sistemi
naturali. E che provoca effetti pesantissimi sulla salute, sul benessere e sullo sviluppo dell’intera umanità.

È necessaria, quindi, una combinazione di diversi fattori. Del resto, come ha affermato non molto tempo fa Bill Gates, oggi “l’idea di innovazione, scienza e mondo che lavorano insieme è fondamentale”.

Anna Gaia Cavallo

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