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Allevamenti intensivi in Europa: nessun dietro front dal Parlamento

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Allevamenti intensivi in Europa: nessun dietro front dal Parlamento

Di recente, il Parlamento Europeo ha approvato una nuova misura legislativa che non è piaciuta alla maggioranza della popolazione. Si tratta del nuovo provvedimento che non ha bloccato i fondi destinati agli allevamenti intensivi in Europa.

Il voto è stato deciso quasi all’unanimità, anche con l’approvazione di tutta la delegazione italiana in Europa.

Nonostante le pressioni di associazioni ambientaliste e animaliste, i fondi destinati a questo tipo di allevamento saranno comunque elargiti.

Ma cosa sono gli allevamenti intensivi? Perché è così importante fermarli?

Gli allevamenti intensivi in Europa sono industrie zootecniche che si occupano di far crescere e riprodurre animali a scopo alimentare.

Un allevamento intensivo (chiamato anche CAFO – concentrated animal feeding operation) è l’estrema meccanizzazione e industrializzazione del classico allevamento di animali.

La finalità è quella di abbassare al massimo i costi di produzione che implicherebbe un allevamento di bestiame classico.

Gli allevamenti intensivi in Europa sono progettati per ottenere il massimo della produzione con il minimo della spesa.

Di conseguenza, gli animali sono relegati in spazi ristretti sovraffollati, spesso in gabbie con la luce artificiale e inondati di antibiotici e medicinali per evitare l’insorgenza di patologie in comune.

Gli allevamenti intensivi sono altamente inquinanti

Gli allevamenti intensivi in Europa, complessivamente, ospitano milioni di capi di bestiame.

Tutti questi animali producono deiezioni. E proprio da questi processi digestivi si generano metano, ammoniaca e non solo.

Attraverso l’accumulo costante dei cosiddetti “liquami”, l’ammoniaca liberata nell’aria si combina con le altre componenti inquinanti. Dando vita alle polveri sottili, che in Italia mettono costantemente in ginocchio la pianura Padana.

Una ricerca condotta dall’ISPRA – in collaborazione con l’Unità Investigativa di Greenpeace – ha messo in luce che gli allevamenti intensivi, solo in Italia, sono responsabili di oltre il 75% dell’ammoniaca immessa nell’ambiente. Andando quindi a peggiorare di molto la presenza di particolato nell’aria.

Inquinamento delle falde acquifere

Le deiezioni animali, tra l’altro, inquinano anche l’acqua, a causa degli elementi chimici altamente presenti.

Questi elementi, quali azoto, fosforo e zolfo, una volta sparsi nel suolo, danneggiano le falde nei dintorni, incrementando il fenomeno dell’eutrofizzazione. Ovvero della crescita smisurata di piante acquatiche che non permettono la giusta ossigenazione dell’acqua di superficie. E di conseguenza portano alla morte di numerosi animali acquatici.

Gli allevamenti intensivi in Europa, quindi, creano un danno irrefrenabile a tutto l’ecosistema.

Cosa ha spinto il Parlamento a fare dietro front sull’accordo per favorire le misure sostenibili?

Proprio la succitata questione legata ai costi di produzione.

Del resto, i fondi gestiti attraverso la Politica Agricola Comune ammontano in totale a un terzo dell’interno bilancio europeo.

Durante i lavori per la messa a punto del testo, la Commissione ambientale del Parlamento aveva trovato un accordo sul taglio ai sussidi per il sistema degli allevamenti intensivi in Europa e per aumentare i finanziamenti per le misure sostenibili, in concordanza con quanto previsto del Green New Deal.

La plenaria del Parlamento ha, però, bocciato la proposta. Votando a favore di un maxi – emendamento trasversale voluto da tutte le rappresentanze politiche. Che, sul tema degli allevamenti, di fatto non prevede alcuna modifica rispetto alla situazione attuale.

Come spiega Eleonora Evi, eurodeputata che ha votato contro:

“Nel maxi – emendamento c’è un elenco di spese non ammissibili, che non possono quindi essere sostenute attraverso la Pac, e tra queste si specifica che sono inammissibili gli investimenti non coerenti con la normativa in materia di salute e benessere animale. Peccato che tale normativa sia molto vecchia e, di fatto, non rappresenti una condizione sufficiente ad evitare che vengano ammessi investimenti anche per pratiche intensive”.

Maria De Luca

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