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I danni dei cambiamenti climatici e la situazione dell’inquinamento in Campania: intervista a Michele Buonomo

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I danni dei cambiamenti climatici e la situazione dell’inquinamento in Campania: intervista a Michele Buonomo

I cambiamenti climatici sono il problema più grande che abbiamo oggi. Soprattutto considerando che – come ormai sappiamo tutti – ambiente, economia e salute sono strettamente connessi. Tutti noi potremmo fare qualcosa per arginare il problema. Eppure sembra che la noncuranza regni sovrana.

Una raccolta differenziata corretta sembra ancora oggi un’utopia. I mari e gli oceani sono pieni di rifiuti, così come le città. L’inquinamento atmosferico – sia a causa delle aziende che dei singoli cittadini – sembra non diminuire mai.

Quali sono le azioni che dovremmo compiere noi singoli individui? E quali quelli che dovrebbero partire delle istituzioni? Qual è la situazione dell’Italia? E della Campania? A queste domande – e a molte altre – ci ha risposto Michele Buonomo, membro della segreteria nazionale di Legambiente.

Il progetto “Scuole di comunità – civil hub” è stato presentato in diverse scuole tra il 1 ed il 4 dicembre. Quanto è importante coinvolgere i giovani e sensibilizzarli ai temi ambientali?

È fondamentale per la trasmissione di conoscenze. Non dobbiamo tralasciare che i giovani sono portatori di conoscenze. Un fenomeno come Fridays For future è importante per reindirizzare le politiche a livello locale e globale.

Solo lo scorso anno, però, l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo ha evidenziato che solo il 10% dei giovani sapeva cosa fosse lo sviluppo sostenibile. C’è bisogno di maggiore informazione?

L’informazione non è mai sufficiente. A volte si è convinti che basti parlare perché arrivino le informazioni. In realtà con i ragazzi bisogna aprire dei canali ad hoc. I giovani sfuggono alla comunicazione classica. Non guardano quasi più la tv, i tg, gli approfondimenti. Quasi non leggono i giornali. L’approccio migliore è aprire dei canali di comunicazione con scuole e università. Dove per comunicazione si intende reciprocità. Questo è importante soprattutto per le scuole superiori. Nelle scuole elementari e medie si discute già abbastanza su questi temi. I bambini sanno già di cosa si parla.

Sembra che la pandemia ci abbia fatti svegliare ed abbia fatto comprendere a tutti – istituzioni comprese – il ruolo determinante della tutela dell’ambiente sia per l’economia, che per la salute. Le pagelle sulla qualità dell’aria di 97 città italiane redatte da Legambiente quest’anno, mostrano che solo il 15% raggiunge la sufficienza. Ci sarebbero delle soluzioni perché la situazione migliori?

Sì. Ma naturalmente vanno modulate. Si è scoperto che la qualità dell’aria durante il lockdown è migliorata più nelle città del Sud che in quelle del Nord, nonostante il blocco del traffico. Questo è accaduto perchè al Nord il riscaldamento viene ancora alimentato con prodotti fossili, come il gasolio, altamente inquinante. Addirittura si usa molto il carbone. Ecco quale potrebbe essere una soluzione: bisognerebbe lavorare sulle emissioni da traffico veicolare. Nei prossimi 5 anni stati come la Finlandia e la Norvegia metteranno completamente al bando le auto alimentate a gasolio. Anche perchè non c’è più tempo da perdere, la situazione è molto seria. Circa il 60% – che diventerà il 70 da qui a qualche decennio – della popolazione mondiale vivrà in aree metropolitane, in cui c’è il più alto tasso di inquinamento dell’aria. Con conseguenze gravissime sulla qualità della vita e della salute delle persone.

Dal rapporto Caritas – Legambiente emerge lo stretto rapporto tra società, ambiente e povertà. La Campania, infatti, dimostra di essere green (vedi la diffusione del green job, per esempio), ma di essere inquinata da disagio abitativo e dal rischio sfratti, nonché dall’alto numero di persone in difficoltà. Neanche puntando sulla sostenibilità si riesce a raggiungere un equilibrio?

Benchè i dati siano incoraggianti sui green job e su una riconversione ecologica dell’economia in termini relativi, in termini assoluti siamo ancora troppo indietro. La soluzione ai nostri problemi è l’economia circolare. Ad esempio, la prima cosa che ci viene in mente sono i materiali post – consumo, i cosiddetti rifiuti. Bisognerebbe fare un migliore lavoro di raccolta differenziata: è necessario superare il concetto di rifiuto e puntare sulla riciclabilità. Su questo ci viene in aiuto l’UE, con direttive stringenti. Ma a poco servono se a cambiare non è la mentalità. Gli obiettivi devono essere spingere al massimo la raccolta differenziata, ridurre – per quanto possibile – la produzione di indifferenziato, destinare quanto raccolto all’industria del riciclo e dotare la Regione di impianti appositi. Questo darebbe vita ad una filiera virtuosa, capace di diminuire i costi, aumentare l’occupazione, migliorare le performance di materiali e produrre ulteriore ricchezza. Una delle possibilità che ci offre l’economia circolare per diminuire il disagio economico delle popolazioni meridionali è quello di lanciare dei cantieri di cura, incentivando la rigenerazione urbana, favorendo processi di manualità, di artigianato di qualità, di rigenerazione del patrimonio edilizio. Questo creerebbe posti di lavoro. Così come l’agricoltura biologica, che richiede una cura ulteriore e quindi necessita di un gran numero di lavoratori. Ma tutto ciò dovrebbe andare a braccetto con un fisco più equo, con una fiscalità “verde”. Pensiamo che – a parità di componenti – una famiglia trentina paga un quarto dei campani per il riciclo di rifiuti domestici.

Come emerge dal Rapporto Comunità Rinnovabili Campania 2020, grazie ai 35.709 impianti da fonti rinnovabili, presenti in tutti i Comuni a fine 2019, la Campania si conferma tra le prime 10 Regioni italiane con la maggior potenza installata, dove il solare fotovoltaico è la tecnologia prevalente con 34.939 impianti, pari al 97,8% del totale, seguita dall’eolico con 616 impianti pari all’1,7%. Qualcosa quindi si sta muovendo sul fronte energia?

Sì. Anche in questo caso però si sono create delle discrepanze. Legambiente è stata fin dall’inizio favorevole all’eolico, ma a determinate condizioni: non si possono installare le pale ovunque. Bisogna tener conto dei reali bisogni dei cittadini. Si dovrebbe puntare sulle rinnovabili diffuse, come il fotovoltaico, l’eolico di piccola taglia. E si dovrebbero incrementare le comunità energetiche. Così, nel momento in cui la produzione è in eccedenza, ne possono usufruire le famiglie con disagio energetico. Pensiamo che ancora oggi molte persone non riscaldano la casa perché non hanno abbastanza risorse.

Soprattutto in questo periodo, in cui forse stiamo comprendendo il rapporto tra ambiente ed economia (e ne sono una riprova i fondi destinati all’ambiente del Recovery Fund)…

Infatti. Ad esempio, per coniugare ambiente ed economia, un’iniziativa da noi promossa – anzi ricreata – sono gli orti urbani. Siamo partiti 15 fa circa a Pontecagnano e ne abbiamo creati 8. Oggi sono circa 100. Io stesso lanciai l’idea di 1000 orti per la Campania. L’obiettivo è stato raggiunto, ma adesso ne abbiamo uno ancora più grande: arrivare a 10000. Questo è un piano strategico di valorizzazione e promozione dell’agricoltura urbana e periurbana. Sarebbe così promosso il famoso km 0, per intenderci. Le nostre città potrebbero approvvigionarsi al loro interno e sarebbero promossi allo stesso tempo l’agricoltura biologia e l’inverdimento della stessa città.

Ed a proposito di questo… La Campania, infatti, rappresenta la terza regione per consumo di suolo (dopo Veneto e Lombardia). Quali sono i rischi concreti nell’eliminare il verde dalle città?

Il rischio è che aumentino le temperature urbane. Le città sono diventare delle bolle di calore. Rinverdirle significa anche risolvere questo problema. Gli alberi sono organismi viventi e ci consentono di vivere. A Tokyo, ad esempio, si registrano in media tra i 2 e i 4 gradi più che nel resto del territorio. Come fanno fronte a questo problema? Con gli alberi. Le nostre città adesso non sono neanche capaci di occuparsi della manutenzione del verde. E, soprattutto, bisogna riuscire a piantare “l’albero giusto al posto giusto”. Noi infatti stiamo lavorando ad un progetto, ancora quasi del tutto sconosciuto al Sud: i boschi urbani resilienti. Molto diffusi in città del Nord: basti pensare che Milano si sta rinverdendo grazie a loro. Pensiamo anche al Covid – 19. Molte delle persone che non sono riuscite a sopravvivere a causa del virus erano quelle che vivevano in aree in cui le condizioni dell’aria erano le peggiori. Non a caso, una delle aree più inquinate d’Europa è la Pianura Padana. Ed anche se non ci fosse questa correlazione, è indubbio ormai che chi vive in aree in cui c’è più smog, ci sono più polveri sottili, vive peggio. E sia chiaro che non è una condanna a morte: oggi la possibilità di rigenerare le città c’è.

Quindi gli alberi potrebbero compensare l’inquinamento urbano, riducendolo?

Certo. E se poi si dovessero ridurre le auto a fonti fossili ci sarebbe un bel cambiamento e la qualità di vita migliorerebbe. In Cina, ad esempio, ci sono città in cui circolano solo mezzi elettrici.

Anche perché se in tutte le città si riducesse l’inquinamento, si andrebbe a risolvere almeno in parte il riscaldamento globale, che è il problema più grande che abbiamo.

Esatto.

Soprattutto se si pensa che ad oggi è stata riscontrata una relazione tra degrado ambientale e diffusione dei virus…

In natura tutto è legato. Noi abbiamo voluto rompere questi anelli. Abbiamo pensato di ricrearli in maniera “artificiale”, ma non è così.

E potremmo dire che il problema è di tutti e che per risolverlo c’è bisogno che collaborino aziende, istituzioni, ma soprattutto i cittadini?

Consideriamo che oggi 8 milioni di plastica si riversano in mare. Un TIR ogni minuto in pratica. La colpa di certo non è dei produttori di plastica, ma è dei cittadini. Come diceva un filosofo “l’uomo viaggia in aereo e ragiona a cavallo”. Noi ragioniamo come quando si camminava in carrozza. Ma abbiamo una velocità di produzione impressionante. Basti pensare che dal 1 gennaio 2000 ad oggi si sono prodotti più beni materiali che in tutta la storia dell’umanità.

Ma in questo caso, più che mancanza di informazione, possiamo parlare di noncuranza?

Certo, lo è. E queste azioni andrebbero represse con sanzioni salate. Si dovrebbero multare anche i condomini. Mutuando un’espressione francese “non esistono piccoli gesti se a compierli sono milioni di persone“. Se tutti decidessimo di camminare a piedi in media 2 – 3 km al giorno – che è la distanza che compie in media ognuno di noi in città – avremmo risparmiato milioni di metri cubi di emissioni di gas. Il segreto è questo: la collaborazione. Ci sarebbe bisogno di un’azione convergente dall’alto e dal basso.

Anna Gaia Cavallo

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