martedì , 21 Settembre 2021
plastica
Foto di meineresterampe da Pixabay

L’Africa è l’epicentro mondiale della plastica

L’Africa si fa carico della plastica di tutto il mondo. Le multinazionali occidentali non riescono a smaltire la propria.

L’Africa è in ginocchio e insieme al continente anche la sua popolazione. Essere il più grande contenitore mondiale di spazzatura – e in particolar modo di plastica – implica numerosi drammi, soprattutto a livello sanitario ed economico. 

Il caso Dandora

Molte sono le storie toccanti in questo ronzio di dolore perenne. Tutte ruotano attorno alla discarica di Dandora, a Nairobi, capitale del Kenya. La pattumiera più grande dell’Africa Orientale ed anche il luogo più inquinato del mondo. In cui le concentrazioni di mercurio, cadmio, piombo e fumi tossici riscontrate sulla popolazione sono allarmanti.

Il centro di raccolta di Dandora nacque da un accordo tra la “World Bank” e il governo keniota.

All’inizio degli anni ’70 la stretta di mano prevedeva che sul luogo venissero costruiti edifici completi di alloggi e servizi.

A seguito dello stanziamento di 30 milioni di dollari il progetto fallì, perché il luogo risultò stracolmo di cave di pietra. Il tutto rese il terreno inutilizzabile per gli auspicati progetti di edilizia.

Nella discarica – così come viene raccontato in un reportage de “Internazionale” – alcuni imprenditori impongono a chi raccoglie rifiuti, di pagare una tassa per entrar a far parte di alcune aree. 

Molte sono le scene bordeline che si susseguono in questo scenario: animali in pascolo vicino a chi è alla ricerca di plastica; ragazzi denutriti che fanno a gara per recuperare un pasto dagli scarti dei voli di linea; genitori inermi nella sporcizia più totale, privi di qualsiasi protezione fisica durante il raccoglimento della plastica. Siringhe, vetro, cibo, medicinali. Questi, solo alcuni dei materiali che affollano l’area in questione, abitata da circa 10 mila persone che latitano in uno stato di povertà assoluta. 

Una domanda sorge spontanea: quanto si guadagna per raccogliere la plastica? Le cifre sono davvero irrisorie: meno di cinque centesimi di dollaro al chilo.

Le associazioni

In quest’ottica infernale, per fortuna, sono nate numerose associazioni che cercano di assistere soprattutto i più giovani.

Tra cui spicca la “Alice For Children di Milano” è una ONLUS, fondata da Diego Masi. Tra le azioni concrete, quella principale permette di adottare a distanza gli orfani del posto. In un epilogo scellerato come quella di Nairobi, è possibile aiutare i più piccoli, affinché possano intraprendere possibili percorsi scolastici.

L’organizzazione “HipHop City”, poi, fornisce un aiuto concreto in cambio di rifiuti. I bambini guadagnano dei punti da cui possono attingere beni di prima necessità. L’organizzazione – fondata da un rapper di Niorobi – ha allestito un edificio, recuperando il possibile dalla spazzatura. Tra queste mura i più piccoli imparano a cantare, a dialogare, a stare insieme, nonostante la totale drammaticità in cui versino. 

La risposta delle multinazionali occidentali

Nel settembre del 2018 la Coca – Cola ha inviato una delegazione a Dandora per conoscere la reale situazione in cui vivono i molti bambini africani. Nello specifico, la multinazionale ha fatto recapitare un frigorifero pieno di bottiglie di Coca – Cola vendibili ai più piccoli. Risposta singolare, se si pensa che la maggior parte della popolazione mangia quel che trova, pur di sfamarsi. Successivamente, la multinazionale ha poi pensato bene di regalare bottiglie di Coca- Cola – rigorosamente di plastica – per placare la sete dei “volontari” della discarica. 

La Coca – Cola è il più grande produttore di rifiuti di plastica in Africa e in Europa. Ed a seguire in Asia, Sud America e Nord America. Come la Coca – Cola, anche la Nestlé, Solo Cup e Starbucks. Questo è quanto è emerso dalla coalizione internazionale “Break Free From Plastic” (di cui fa parte anche Greenpeace). L’organizzazione mondiale nel 2019, infatti, ha riscontrato – per il secondo anno di fila – la presenza costante dei marchi appena citati, su un campione di quasi mezzo milione di rifiuti di plastica. 

L’Occidente non riesce più a smaltire la plastica

In generale, la maggior parte delle multinazionali che impiegano la plastica per gli imballaggi, scarica sui consumatori i costi dei danni generati dal consumo dei loro prodotti.

In passato più della metà dei consumi veniva esportato in Cina. Dal 2018, Pechino non è più lieta di smaltire la plastica degli Stati Uniti, impossibilitati economicamente a riciclarla. Tutto questo a discapito dei paesi in via di sviluppo. Come l’Africa – in particolar modo il Kenya – che è diventata la discarica a cielo aperto dello “sviluppato” Occidente. Gli USA, infatti, consumano una quantità di plastica 16 volte superiore rispetto a quella dei paesi più poveri. 

Costi altissimi

Riciclare il vetro è possibile all’infinito. Per la plastica è diverso. Anche i paesi più industrializzati non riescono a portare a termine il recupero.

Troppe sono le fasi di produzione: pulizia, smistamento, triturazione in piccoli pezzi di plastica, ossi i flakes, da cui nasce il prodotto finale rigenerato.

La plastica recuperata ha un valore inferiore rispetto a quella prodotta ex novo. Nel continente africano, a causa di mancanza di infrastrutture, è ancora più difficile pensare di riciclare. 

Dallalleanza “in nome” della plastica alle soluzioni possibili

Come emerge da un’inchiesta del “New York Times”, “l’American Chemistry Council” (ACC) – associazione che rappresenta la maggior parte delle aziende chimiche produttrici di energia fossile – sarebbe promotrice di molte pressioni su Washington.

L’intento sarebbe quello di siglare un’alleanza in nome della plastica, tra USA e Kenya.

Per trovare soluzioni adeguate, nel 2018, in Kenya è nata la “Pecto”, società che basa la sua forza sull’autoregolamentazione della plastica. Durante la pandemia, questa avrebbe fornito mascherine e disinfettanti a tutti i raccoglitori di plastica kenianani. 

 “Non possiamo permettere una crescita esponenziale della produzione di plastica. Il problema è proprio il materiale in sé.” – tuona Griffins Ochieng, coordinatore del “Centre for Environmental Justice and Development”.

Margherita Parascandalo

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