martedì , 21 Settembre 2021
La scoperta dell’ambiente una rivoluzione culturale
Foto di StockSnap da Pixabay

Recensione del libro La scoperta dell’ambiente, una rivoluzione culturale di Stefano Nespor (Laterza, 2020)

Il libro La scoperta dell’ambiente, una rivoluzione culturale di Stefano Nespor è stato pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Laterza. L’autore, avvocato e giornalista, esperto tra le altre cose in diritto dell’ambiente, traccia la storia dell’ambientalismo, attraverso libri che hanno contributo a creare questa rivoluzione culturale. Infatti, Nespor sceglie di parlare di cinque libri che hanno rappresentato un momento decisivo e hanno impresso una svolta nella storia dell’ambientalismo. I cinque libri presi in considerazione hanno due tematiche comuni: la tutela dell’ambiente e lo sviluppo.

La multidisciplinarietà 

Il libro La scoperta dell’ambiente, una rivoluzione culturale di Stefano Nespor comprende varie discipline. L’autore spazia dalla filosofia all’economia, dalla storia alla letteratura, fino ad arrivare al cinema e alle relazioni internazionali tra i Paesi. In questo modo l’autore può cogliere un pubblico molto vasto e con interessi molto diversi. Soprattutto, però, con La scoperta dell’ambiente, una rivoluzione culturale di Stefano Nespor è evidente quanto la tematica ambientale sia interconnessa con molti altri settori. 

Inoltre l’autore, attraverso la descrizione dei cinque libri presi in considerazione, trasporta il lettore direttamente nell’epoca in cui sono stati scritti.

Ricostruendo e descrivendo accuratamente il periodo storico e le diverse società, Nespor conduce il lettore in un vero e proprio viaggio alla scoperta dell’ambiente.

Lo stile 

La lettura de La scoperta dell’ambiente, una rivoluzione culturale di Stefano Nespor risulta essere piacevole, facile e scorrevole.

Nonostante le tematiche trattate non siano leggere, l’autore, con la sua leggerezza espressiva, riesce a tenere incollato il lettore. Inoltre, la semplicità con cui vengono affrontati gli argomenti e i vari settori che l’autore tocca, permettono anche a un lettore meno esperto in tematiche ambientali di godere della lettura di queste pagine.

Un piccolo avvertimento: probabilmente qualche lettore potrebbe preferire leggere il libro un po’ alla volta e non divorarlo in pochi giorni. Questo potrebbe essere ottimale per assimilare al meglio tutte le informazioni, che sono tante, in sole 250 pagine.

I libri descritti

Il primo libro preso in considerazione ne La scoperta dell’ambiente, una rivoluzione culturale di Stefano Nespor è Primavera silenziosa (Silent Spring) del 1962 di Rachel Carson. L’autore traccia dapprima il contesto storico internazionale del periodo in cui la Carson scrive il libro, da considerare uno dei capisaldi dell’ecocritica. In questo periodo l’ambiente non era considerato un qualcosa da proteggere. Anzi, il suo degrado ambientale era ritenuto un prezzo inevitabile da pagare per garantire la crescita economica, nonostante nei paesi più sviluppati – come la Gran Bretagna – fin dalla metà del XIX secolo ci fossero esperti che sostenevano di preservare il patrimonio forestale per evitare la desertificazione e le alterazioni del clima. In questo contesto è inevitabile parlare dell’energia nucleare, del suo e delle ostilità suscitate, soprattutto nell’ambito letterario, che raggiungerà il suo apice proprio negli anni Sessanta. Successivamente, Nespor fornisce qualche informazione biografica su Rachel Carson. Introduce i primi tre libri dell’autrice, in cui emerge quanto ogni essere presente sulla Terra sia connesso ad un altro. La storia della Carson è strettamente legata agli studi sugli effetti dannosi sulla salute e sull’ambiente dei pesticidi e degli insetticidi e, in particolare, del DDT, di cui viene tracciata la storia. Infatti, un capitolo di Silent Spring, dal titolo The Human Price, è dedicato all’esame degli effetti dei prodotti chimici e in particolare del DDT sull’uomo e sugli animali. Inoltre, la Carson si batte molto sull’importanza degli insetti e sulle funzioni indispensabili che hanno all’interno della natura. Nespor prosegue con una riflessione su quanto e come il libro abbia influito sull’utilizzo del DDT.

Nel secondo capitolo Nespor introduce il libro I limiti dello sviluppo del 1972 (The Limits to Growth), commissionato al MIT (Massachusetts Institute of Technology) dal club di Roma (un’associazione non governativa, no – profit, che analizza i cambiamenti della società contemporanea). Mentre Silent Spring è un’opera di letteratura naturalistica, anche se rigorosamente documentata, The Limits to Growth si propone come un rapporto scientifico, presentato in modo leggibile per il vasto pubblico. Inoltre, Silent Spring è opera di una sola autrice, che raccoglie e interpreta l’insofferenza del suo tempo per i danni all’ambiente provocati dall’eccessivo uso di prodotti chimici. The Limits to Growth, invece, è il frutto della collaborazione di un gruppo di scienziati di varie discipline e di diversi paesi. Ancora, mentre la Carson tratta di uno specifico tema (l’inquinamento prodotto dagli insetticidi), The Limits to Growth riflette i profondi mutamenti del rapporto tra ambiente e sviluppo e i primi tentativi di trovare soluzioni accettabili a livello internazionale, riflettendo sulla drammatica situazione in cui si troverà l’umanità in un non lontano futuro.

Nei dieci anni che separano i due libri, ha fatto irruzione sulla scena mondiale il tema dei limiti: limiti nello sfruttamento delle risorse naturali, nell’aumento della popolazione e nella crescita economica. È un tema che, da questo momento in poi, costituirà una delle componenti fondamentali del pensiero ambientalista. Viene affrontato poi il problema della neutralità della scienza, quando nasce e come nasce. Inoltre, viene trattata la storia dell’ecologia in Italia e dello sviluppo economico nei Paesi più ricchi e in quelli in via di sviluppo. Successivamente, Nespor tratta la tutela dell’ambiente nei paesi ricchi e nei paesi poveri e vengono descritti alcuni libri che parlano dell’argomento. A questo punto, Nespor inizia a parlare del report The Limits to Growth, che ha due obiettivi: l’individuazione dei limiti del nostro pianeta e dei vincoli che gravano sull’attività dell’uomo e lo studio dei fattori che influiscono nel lungo periodo sul futuro dell’umanità. Successivamente, si racconta come il libro non sia stato ben accolto dalla stampa. 

La terza tappa che Nespor prende in considerazione è il libro del 1987, Il nostro comune futuro (Our Common Future), anche conosciuto come Rapporto Brundtland, pubblicato dalla Commissione mondiale su ambiente e sviluppo. Come I limiti dello sviluppo, rivolge lo sguardo non agli interessi a breve raggio, ma al futuro e al concetto di “futuribile” (ciò che si può e si deve fare nel presente per preparare il futuro migliore). Senza usare i toni catastrofici presenti nei Limiti dello sviluppo, il Rapporto Brundtland avverte che i rischi di danni irreversibili all’ambiente stanno divenendo rilevanti. Nespor parla, poi, della presidente della Commissione, la dottoressa Norvegese Gro Harlem Brundtland. Viene poi fatto un excursus sulla storia della Commissione mondiale su ambiente e sviluppo. L’autore, successivamente, ritorna sull’avvertimento del rapporto sulle gravi conseguenze degli eventi disastrosi. Parla, in primis, dell’incidente di Seveso del 1976 (vicino Milano), della vicenda della nave adibita al trasporto di petrolio immatricolata in Liberia, denominata Amoco Cadiz, che s’incaglia al largo delle coste della Bretagna e riversa in mare gran parte del carico nel 1978. Ancora, parla dell’incidente alla centrale nucleare di Three Miles Island nel 1979, presso Harrisburg in Pennsylvania e del disastro del 1984 a Bhopal, una città dello Stato indiano del Madhya Pradesh. Non possono mancare i più noti disastri di Cernobyl’ e Fukushima.  In seguito, Nespor pone l’attenzione sul prometeismo (l’illimitata fiducia nella tecnologia come strumento di progresso, che in sempre maggior misura definisce lo spazio e il limite dell’uomo). L’autore parla successivamente dell’assottigliamento della fascia d’ozono, che è, in ordine di tempo, la prima delle due emergenze ambientali considerate nel rapporto (compare infatti nei primi anni Settanta). Nespor si sofferma anche sui documenti che sono stati importanti basi di riferimento del rapporto Brundtland: A Programme for Survival del 1980 e Common Crisis del 1983. A differenza de I limiti dello sviluppo, in Our common future non è espressa la minaccia dei limiti prossimi, ma la necessità di cambiare il modello di sviluppo. Il merito di Our Common Future non è quindi quello di aver inventato il principio dello sviluppo sostenibile, ma di averlo posto come cardine della costruzione di un progetto di futuro “possibile per tutti, nel contempo scindendo il concetto di sviluppo da quello di crescita economica.”  

Il quarto libro preso in considerazione è Governare i beni collettivi del 1990 di Elinor Ostrom. Nespor non può non presentare la storia della Ostrom, che nel 2009 è stata la prima donna a ricevere il premio Nobel per l’economia. I beni comuni, o commons, sono l’argomento a cui la Ostrom ha dedicato la sua vita, le sue ricerche e la maggior parte dei suoi scritti. Il libro è, come spiega la prefazione, il frutto di un lungo lavoro collettivo, a cui hanno partecipato il marito Vincent Ostrom e tutti gli studenti e i ricercatori del Workshop in Political Theory and Policy Analysis, istituito nel 1973 presso l’Università dell’Indiana a Bloomington. A differenza di Silent Spring e di The Limits of Growth, il libro non è un best seller e non aveva finalità divulgative. In pochi anni, però, divenne un punto di riferimento nelle scienze sociali, nell’economia e nel diritto. L’autrice si sofferma sugli effetti provocati dall’aumento della popolazione, dallo sviluppo industriale e dall’accentuarsi della scarsità delle risorse naturali. Nespor parla poi dei bacini idrici che erano veri e propri beni comuni: infatti, la stessa Ostrom si era occupata dell’indagine sul Water Basin. Successivamente Nespor parla dei beni comuni menzionando diversi studiosi e opere. Più in particolare, racconta ciò che è avvenuto in Inghilterra a partire dal XVI secolo (la privatizzazione di più di sei milioni di ettari di terra tra il 1725 e il 1825), fino ad arrivare al problema dell’overfishing, che riguarda tutto il mondo.

L’ultimo libro preso in considerazione in La scoperta dell’ambiente, una rivoluzione culturale di Stefano Nespor è Una scomoda verità del 2006, di Al Gore. Come lo definisce lo stesso Nespor, è un libro superficiale e concentrato esclusivamente sulla realtà statunitense, ma ha contribuito a diffondere la conoscenza dell’emergenza climatica e dell’importanza di agire per costringere i governi ad attivarsi e ad adottare le politiche necessarie per contenerne gli effetti. Si affronta poi il problema del cambiamento climatico e dei negazionisti climatici, fino ad arrivare a parlare di Bill MxKibben, divulgatore scientifico e militante ambientalista e dell’opera The Weather Makers: The History and Future Impact of Climate Change dello zoologo australiano Tim Flannery. A questo punto, Nespor fa un excursus letterario e parla di molte opere e dei rispettivi autori che hanno trattato di clima. Ad esempio, parla del libro Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change, che è un diario di viaggio tra Alaska, Groenlandia, Islanda e Olanda. Si passa poi all’ Earth Summit svoltosi a Rio de Janeiro nel 1992 e alla vita di Al Gore. Nespor parla successivamente dei cambiamenti climatici, con gli esempi del super caldo a luglio del 2019 e nell’estate del 2003 e si cercano le cause fin dal XIX secolo. L’autore parla poi dell’effetto serra e come si è iniziato a capirlo, a partire da Jean – Baptiste Fourier, il matematico e fisico francese succeduto a Laplace come docente dell’École Polytechnique di Parigi nel 1797. Nespor affronta poi il problema della fascia di ozono e delle misure che stanno prendendo i Paesi per diminuire l’uso del carbone e delle emissioni. 

Insomma, La scoperta dell’ambiente, una rivoluzione culturale di Stefano Nespor è un libro molto vasto, che racchiude molte discipline e molteplici interessi. Evidenzia quanto la “scoperta” dell’ambiente, e di conseguenza la sua tutela, siano in primis una questione culturale.

Marianna Fierro

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