mercoledì , 19 Maggio 2021
Preservare la biodiversità
Foto di Alain Audet da Pixabay

Preservare la biodiversità riduce il rischio di nuove pandemie

Preservare la biodiversità riduce il rischio di nuove pandemie. Lo conferma un nuovo studio – pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) – condotto dal Cary Institute of Ecosystem Studies di New York.

La perdita di biodiversità fa aumentare, per gli esseri umani, il rischio di esposizione a patologie zoonotiche (cioè derivate dal contatto diretto o indiretto tra animali e uomo) sia nuove che già consolidate.

L’importanza di preservare la biodiversità

Se è vero che molte infezioni sono state trasmesse dagli animali all’uomo, lo è altrettanto che più specie animali esistono, meno probabilità ci sono che questo accada di nuovo.

Ci spieghiamo meglio. Le aree naturali selvatiche – quelle ricche di biodiversità, per intenderci – non sono focolai. Anzi. Come afferma la professoressa Felicia Keesing, principale autrice dello studio, “la biodiversità protegge l’uomo dalle specie più pericolose per la sua salute”.

Ed il perchè ce lo spiega Rick Ostfeld, ecologo al Cary Institute e coautore dell’articolo:

“Le specie che prosperano in contesti ambientali sviluppati ma biologicamente degradati spesso accolgono più facilmente i batteri patogeni e altrettanto facilmente li trasmettono alle persone. Al contrario, negli ambienti meno antropizzati, contenenti una maggiore diversità animale, questi germi sono meno abbondanti”.

Diverse specie combattono i virus in modi diversi

Come dichiara lo stesso Ostfeld, “riducendo la biodiversità del pianeta, facilitiamo il sopravvento di specie che con più probabilità diventano portatori di malattie zoonotiche, aumentando così anche la frequenza delle pandemie”.

Secondo i ricercatori del Cary Institute, infatti, gli animali più piccoli e dalla vita breve possiedono difese immunitarie scarse. Quindi sviluppano con più facilità malattie. Ma, allo stesso tempo, proliferano velocemente, il che equivale a dire che tendono ad essere migliori trasmettitori di malattie rispetto agli animali più grandi che, che vivendo più a lungo, sviluppano un’immunità adattativa più forte.

Ed è proprio qui che subentra il problema. Sono proprio questi ad estinguersi prima.

Del resto, quando viene persa la biodiversità nelle comunità ecologiche, le specie più grandi e longeve tendono a scomparire per prima, mentre le specie più piccole tendono a proliferare.

Secondo lo stesso studioso:

“Quando erodiamo la biodiversità, privilegiamo le specie che hanno maggiori probabilità di essere ospiti zoonotici, il che aumenta il rischio di eventi di contagio“.

Bisogna conoscere le caratteristiche di ogni specie

Come afferma Ostfeld:

“Bisogna sforzarsi di conoscere meglio il modo in cui gli habitat degli animali si trasformano, come agiscono i cambiamenti climatici, in che misura lo sfruttamento intenso dell’ambiente influenza gli ospiti zoonotici e soprattutto come il ripristino della biodiversità nelle aree degradate potrebbe ridurne l’abbondanza”.

Secondo gli autori dello studio, infatti, per proteggere la salute pubblica è necessario approfondire al massimo le caratteristiche delle specie animali che fungono da ospiti zoonotici (strategie immunitarie, resilienza ai disturbi esterni, preferenze dell’habitat). 

Secondo lo stesso studioso:

“Dobbiamo smetterla di presumere che esista un’unica fonte animale per ogni agente patogeno emergente. I patogeni che saltano dagli animali alle persone tendono a essere trovati in molte specie animali, non solo in una. Sono saltatori, dopotutto, e di solito si spostano facilmente tra le specie”.

E non solo. Anche recuperare le specie in via di estinzione può essere utile per prevenire malattie zoonotiche.

In ogni caso, ormai è chiaro che preservare la biodiversità è fondamentale.

 

Fonte: La Repubblica

Anna Gaia Cavallo

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