mercoledì , 19 Maggio 2021
rifiuti italiani in Tunisia
Foto di Alexander Kliem da Pixabay

Da Salerno a Sousse: trasportati rifiuti italiani in Tunisia 

Nonostante l’Unione Europea abbia emanato leggi sempre più ferree contro il trasporto di spazzatura, a Sousse, in Tunisia, sono stati sequestrati circa duecento container di rifiuti, arrivati da Salerno. I rifiuti italiani in Tunisia sarebbero dovuti essere rifiuti plastici, ma in realtà sono scarti della raccolta differenziata di sedici comuni del Cilento. 

All’interno dei container vi sono pannolini, scarpe, pezzi di cartone, paraurti di automobili, giochi per bambini: insomma, materiali abbastanza difficile da smaltire.

Ma come sono arrivati questi rifiuti italiani in Tunisia?

L’accordo

Alla fine di settembre 2019, l’azienda Sviluppo Risorse Ambientali (Sra) – con sede a Polla (in provincia di Salerno) – ha stipulato un accordo con l’azienda tunisina Soreplast. I due titolari hanno consolidato il patto con una visita alle rispettive ditte. 

L’accordo prevedeva l’invio di 120mila tonnellate di rifiuti non pericolosi in Tunisia, per un costo di 48 euro a tonnellata. Il totale, dunque, ammonterebbe a 5,7 milioni. Il primo carico di settanta container è partito il 22 maggio 2020. A luglio dello stesso anno i carichi trasportati erano già tre, per un totale di 7.900 tonnellate di spazzatura.

L’inizio della vicenda

I numerosi container avrebbero insospettito qualcuno alle dogane, che li avrebbe aperti, scoprendo ciò che davvero contenevano. A questo punto è scattato il sequestro e ad oggi i container sono fermi al porto, per un costo di 26mila euro al giorno. Su chi pagherà costi tanto elevanti c’è ancora una questione aperta tra la Sra, la regione Campania e il governo tunisino.

Hamdi Chebaâne, membro di Tunisie verte – un partito politico ecologista – ed esperto di valorizzazione dei rifiuti, è uno dei primi ad aver denunciato gli arrivi dei rifiuti italiani in Tunisia. A novembre del 2020 anche la trasmissione tv Les 4 vérités ha mandato un servizio sui container provenienti da Salerno. Grazie anche a questo servizio, il parlamento tunisino ha deciso di inviare una commissione d’inchiesta a Sousse. Il 19 novembre 2020 quindi, in presenza della commissione e di esperti, sono stati aperti alcuni dei container.

A questo punto la procura di Sousse ha aperto un’inchiesta e il 22 dicembre 2020 le dodici persone indagate sono state arrestate. L’amministratore unico della Soreplast, però, è irrintracciabile da allora. È molto probabilmente uno dei personaggi coinvolti più influenti: appartiene, infatti, ad una famiglia ben inserita nella politica tunisina. Le altre persone coinvolte sono alti dirigenti politici tunisini, responsabili doganali e di agenzie pubbliche.

Dopo quanto accaduto, la Regione Campania ha bloccato il trasporto dei rifiuti italiani in Tunisia. Non solo. Ha chiesto alla Sra di ritirare i container precedentemente mandati e ha denunciato l’accaduto alla procura della repubblica di Salerno.

La versione della Tunisia

Hédi Chebili, direttore generale al ministero dell’ambiente, ha affermato:

“Questi 282 container sono arrivati qui da noi senza che ne sapessimo nulla. Mentre il mondo era impegnato ad affrontare la crisi del Covid – 19, sono piombati qui questi rifiuti, mandati dall’Italia senza alcun rispetto delle procedure né delle convenzioni internazionali”. 

Lo stesso Chebili ha dichiarato che non vi è stato nessun contatto tra i rappresentati dell’accordo internazionale (imposto dalla convenzione di Basilea del 1989 e aggiornata nel 2018), ma la Tunisia avrebbe saputo dell’arrivo dei rifiuti solo a luglio 2020.

La Soreplast

Ciò che rende la storia poco credibile fin dall’inizio è che la Soreplast non ha impianti sufficienti per il riciclo e l’esportazione dei rifiuti di plastica richiesti. Inoltre, sebbene l’azienda sia stata fondata nel 2009, è solo nel 2019 che è iniziata la sua attività. Il primo affare, dunque, è stato proprio con la Sra. 

Non solo. Nel luogo indicato nel contratto come sede dell’ufficio non ci sono segni della presenza dell’azienda o di attività ad essa connesse. Il nome dell’azienda compare una decina di chilometri più avanti, su un palazzo (mai terminato) e ora posto sotto sequestro. In questo palazzo sarebbero custoditi settanta container usciti dal porto, come dimostra un video fatto dal camionista che si è occupato del trasporto. Tuttavia, la Soreplast ha dichiarato, tramite un certificato inviato alla Sra, di aver trasformato circa 1840 tonnellate di rifiuti in tubi di plastica per l’irrigazione.

Basma Jebali, direttrice generale dell’Anged (Agence Nationale de Gestion des Déchets), l’ente che controlla le discariche e concede autorizzazioni per lavorare e smaltire i rifiuti ha affermato:

“Si tratta con ogni evidenza di una dichiarazione falsa. Il trattamento di quell’immondizia non è mai cominciato”.

L’ipotesi dei magistrati italiani è che la Soreplast sia un’azienda entrata in attività solo per concludere l’affare con la Sra, per trasportare i rifiuti italiani in Tunisia. Infatti, la Jebali ha affermato che la Soreplast aveva ottenuto delle autorizzazioni a trattare rifiuti già nel 2010, ma è rimasta comunque inattiva fino al 2019. 

La versione dell’Italia

Tuttavia, il proprietario dell’azienda salernitana Sra, ha raccontato di aver visitato l’impianto dove sarebbero dovuti finire i rifiuti italiani in Tunisia. Inoltre, la stessa Sra ha versato 230mila euro per le prime due spedizioni e ha stipulato due contatti di fideiussione pari a 6,7 milioni di euro per la Soreplast. Quando però i delegati della Sra si sono recati a Sousse per controllare i lavori non hanno potuto vedere nulla. Non solo. Non gli avrebbero neanche detto che i container fossero sotto sequestro, ma che fossero fermi nel porto a causa di un’alluvione.

Inoltre, la Sra ha fatto analizzare il contenuto dei container da un laboratorio – l’Ermete di Ercolano – e dai risultati non risulta la presenza di sostanze tossiche o rifiuti pericolosi. Per la maggior parte risultano essere plastiche, poi carta, cartone, legno, polilaminati, polistirene e spugne. 

L’avvocato della Sra, Francesco Avagliano, ha affermato:

“Un’azienda che avesse voluto mettere in piedi un traffico illecito di rifiuti non si sarebbe comportata in questo modo, cercando di ottenere tutte le autorizzazioni necessarie e certificando il carico”.

Ad ogni modo, su come stiano procedendo le indagini, affidate al Nucleo operativo ecologico (Noe) dei carabinieri e alla guardia di finanza, c’è molta riservatezza. 

La sorte dei container 

Ad oggi, comunque, i container con i rifiuti italiani in Tunisia sono ancora bloccati al porto di Sousse. Quale sarà la loro sorte?

Il governo tunisino è in attesa di trovare un accordo con l’Italia, per riportare i container indietro. Majdi Karbai – deputato dell’assemblea nazionale tunisina eletto nella circoscrizione Italia – non concorda con questo atteggiamento:

“È sconcertante che l’Italia, sempre così pronta a rimpatriare gli immigrati tunisini che arrivano via mare in Sicilia, non sia riuscita in otto mesi a rimpatriare i propri rifiuti inviati illegalmente in Tunisia”. 

Infatti, il ministro dell’ambiente tunisino, Kamel Edoukh, aveva dato all’Italia come scadenza il 24 marzo per riprendersi i container con i rifiuti, ma la situazione ad oggi non è cambiata. 

Per questo motivo il 28 marzo a Sousse vi è stata una manifestazione per chiedere di riportare in Italia, quanto prima possibile, i 282 container pieni di rifiuti italiani. Uno degli slogan della protesta era: “Non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale”.

Ancora, la giornalista Fatma Zaghouani scrive: “La Tunisia è il bidone della spazzatura dei paesi europei e le città dell’entroterra tunisino sono i bidoni della spazzatura di quelle sulla costa”.

L’esportazione dei rifiuti

Purtroppo la questione dei rifiuti italiani in Tunisia non è la prima controversia che deve affrontare la nostra nazione e la Campania. Infatti, la regione Campania esporta frequentemente rifiuti all’estero per sopperire alla carenza di impianti. Dapprima in Cina (fino al 2018, quando il Paese ha deciso di rifiutare ogni tipo di spazzatura proveniente dall’Europa), poi nei vari Paesi del Mediterraneo. 

Una situazione analoga è accaduta in Bulgaria, nel porto di Varna, nel gennaio del 2020. Le autorità hanno sequestrato, in quel caso, 3.700 tonnellate di rifiuti mandati dall’azienda irpina, Dentice Pantaleone, alla Blatsiov di Sofia. I rifiuti avrebbero dovuto comprendere plastica e gomma, ma erano contaminati da vetro, tessuti e componenti elettronici. In questo caso, i rifiuti sono stati rimandati immediatamente al porto di Salerno e la vicenda ha provocato l’arresto del ministro dell’ambiente bulgaro, Neno Dimov.

Ad ogni modo, ci auguriamo che sulla questione dei rifiuti italiani in Tunisia si faccia chiarezza al più presto. 

 

Fonte: L’Internazionale

Marianna Fierro

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