venerdì , 30 Luglio 2021
ecovillaggi autosufficienti
Foto di Quang Nguyen vinh da Pixabay

L’esigenza di cambiare vita: la diffusione degli ecovillaggi autosufficienti 

In tanti – visto il momento storico e non solo – hanno pensato di lasciare tutto e di andare a vivere negli ecovillaggi autosufficienti.

Una realtà liquida, una nuova forma di comunità, che affiora le proprie radici nella possibilità di trovare una socialità alternativa, più sana e di sicuro più vicina alla natura. In cui il riuso è alla base di un progetto spirituale molto più ampio.

Ma che cosa gli ecovillaggi autosufficienti, in che modo si auto producono? Sono davvero dei luoghi in cui chi ci vive è completamente “scollegato” dal mondo?

E soprattutto perché in questo periodo sempre più persone – tra cui molti giovani ma anche adulti – decidono di riformulare la propria vita, privilegiando la spiritualità – o meglio una nuova coscienza – a dispetto della materialità? E ancora, esiste una legge per ecovillaggi, cohousing e comunità intenzionali?

Che cosa sono gli ecovillaggi autosufficienti? 

Gli ecovillaggi autosufficienti sono una vera e propria comunità, che basa la sua essenza sulla sostenibilità e non solo. I principi per potervi partecipare sono: l’adesione volontaria degli abitanti, la condivisione dei nuclei abitativi – in parte o totalmente – costruiti rispettando l’impatto ambientale. Inoltre, è fondamentale usare energie rinnovabili, essere autosufficienti dal punto di vista alimentare, sfruttando i principi della permacultura o altre forme di agricoltura biologica. 

La nascita di molti ecovillaggi autosufficienti deriva soprattutto dalla volontà di creare nuove forme sociali ed economiche, completamente diverse rispetto alla condizione contemporanea e globalizzata in cui viviamo.

A dispetto di quanto si possa pensare, in molti ecovillaggi è possibile ricorrere ad internet, soprattutto per diffondere l’importanza dei principi appena elencati. 

Conoscere gli ecovillaggi autosufficienti attraverso i social

Al fine di diffondere l’importanza di queste realtà – o meglio l’esistenza degli ecovillaggi autosufficienti – è fondamentale sfruttare al meglio le potenzialità dei social. Molti sono i video blogger che, attraverso la loro esperienza personale, condividono ogni giorno la loro esperienza. 

È il caso del Bernardo Cumbo – esperto di comunità autodeterminate – che su You Tube ha aperto un canale di approfondimento. In questo racconta – anche nelle vesti di eco blogger – il modo in cui sono organizzate le giornate negli ecovillaggi italiani (alcuni dei quali vegani, ad esempio) la sua esperienza nello storico Centro “Panta Rei” e non solo. 

Grazie al suo sapere è possibile avere un approccio più vicino verso i villaggi ambientali. 

Ma quali sono gli ecovillaggi autosufficienti più diffusi in Italia? 

Esempi di ecovillaggi autosuffcienti in Italia 

Il Centro “Panta Rei” – ad oggi – è una delle più attive fattorie – scuola d’Italia, nel comune di Passignano sul Trasimeno (Perugia). Il fondatore Dino Mengucci – negli anni Ottanta – recuperò integralmente la struttura con le tecniche della bioedilizia, del risparmio energetico e della fitodepurazione delle acque. 

“Panta Rei” crede molto nella libertà d’espressione e cerca di valorizzare, da oltre trent’anni a questa parte, la consapevolezza etica dei gesti quotidiani, unendo spiritualità e salute.

“Artamedia” – la prima non scuola al mondo – propone, inoltre, un’istruzione completamente alternativa, in cui non esistono aule, lezioni frontali, voti, materie, ma solo argomenti da approfondire insieme e nel bel mezzo dell’amata natura. 

“Zion Project” di Rocco Bruno è invece un progetto in corso d’opera. Si tratta di una rete comunitaria che si basa su un nuovo modello economico, sociale e culturale. In cui l’individuo è al centro di ogni discorso. Una vera e propria struttura ambientale autonoma e aggregativa, in cui la resilienza è il fulcro dell’utopica alternativa sociale. Per far parte di questo progetto esistono 2 strade: “Il Villaggio del Sole” e il “Presidio”.

“Damanhur” è una Federazione di Comunità spirituali sita tra Torino e Aosta, nata nel 1975 su ispirazione di Falco Tarassaco e Oberto Airaudi. Tra i primi ecovillaggi autosufficienti, questa conta seicento cittadini provenienti da tutto il mondo. Insomma è una vera e propria società multilingue, aperta agli scambi e alle diverse culture dei popoli. Nel 2005 è stata riconosciuta come modello di società sostenibile dal Global Human Settlements Forum delle Nazioni Unite (ONU).

Di ecovillaggi autosufficienti ce ne sono migliaia in tutto il mondo. L’area più ricca si trova nel continente americano e conta circa 2.000 comunità (il 90% negli Stati Uniti).

Nonostante siano una vera e propria comunità, non esiste nessuna tutela da un punto di vista legale. 

Perché?

Nell’assenza di una specifica legge che riconosca queste forme di aggregazione, nel tempo gli ecovillaggi hanno fatto ricorso a forme giuridiche inadatte e che generano molta confusione: associazioni, cooperative, aziende agricole, fondazioni, etc. 

Al fine di superare tali difficoltà, la “Rete Italiana dei Villaggi Ecologici”, “la Rete Italiana Cohousing”, “Rete Europea SALUS”, e “CONACREIS”, hanno elaborato una proposta di legge per il riconoscimento delle Comunità Intenzionali.

Grazie ai deputati Alberto Zolezzi, Federica Daga, Salvatore Micillo, Patrizia Terzoni e Stefano Vignaroli la proposta è stata depositata in Commissione Affari Costituzionali il 22 ottobre 2020.

Pertanto si chiede alle Pubbliche Amministrazioni di concedere alle Comunità Intenzionali di riferimento, la disponibilità e l’uso di immobili, beni pubblici o beni confiscati alla mafia. 

Sarà forse una vita più spirituale e a contatto con la natura il futuro post pandemia? Forse sì. 

Margherita Parascandalo

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One comment

  1. Angelo Provenzano

    Interessante

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