sabato , 19 Giugno 2021
caccia illegale
Foto di Giani Pralea da Pixabay

La caccia illegale in Italia: un problema di cui si parla troppo poco

Sono davvero tante le vittime della caccia illegale. Il falco pellegrino, l’aquila del Bonelli, i verdoni, i cardellini, sono solo alcune delle vittime innocenti del bracconaggio in Italia. 

E non solo. Alla (tristissima) lista si aggiungono balie, stiaccini, cince, zigoli gialli, frosoni, verzellini, usignoli, ciuffolotti, codirossi e beccafichi ed anche uccelli acquatici come mestoloni, canapiglie e fischioni.

Questo è quanto emerge dal rapporto annuale 2020 di CABS (Committee Against Birds Slaughter). 

Eppure ormai è noto che salvaguardare la biodiversità significa proteggere noi stessi.

Le zone in cui il bracconaggio è più diffuso

Tendenzialmente in Italia il primato del bracconaggio spetta alle regioni del Sud. Ma anche il Centro – Nord non è estraneo al fenomeno. Nel Nord Italia tra le specie più bersagliate vi sono il falco pecchiaiolo e il biancone.

Anche i “mezzi” usati per praticare la caccia illegale sono tanti. Si va dalle armi da fuoco ai richiami acustici, dagli insetticidi alle trappole con le reti, dalle gabbie, al taglio degli alberi per falcidiare i nidi.

Come spiega Enrico Bassi, consulente scientifico del Parco Nazionale dello Stelvio ed esperto di rapaci, il bracconaggio si presenta in forme diverse:

“Molti pensano che significhi semplicemente sparare agli uccelli. Non è così. C’è anche il poisoning, l’avvelenamento, che in Italia ha sacche molto pericolose in Sicilia, Sardegna e nella zona appenninica di Abruzzo e Marche. Spesso è il frutto di rivalità contadine, dove per far dispetto si uccide a danno dell’altro. Esiste anche il saturnismo, che si verifica quando i rapaci – e non solo – si trovano a ingerire parti di proiettile nel corpo di un ungulato appena abbattuto. Un fenomeno che provoca decine e decine di vittime l’anno, anche se non può dirsi propriamente bracconaggio”.

Le operazioni di anti bracconaggio

Sono i Carabinieri forestali del Cites a far rispettare nel nostro Paese la Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione. La Carta è nata dall’esigenza di controllare il commercio degli animali e delle piante, una delle principali cause dell’estinzione e rarefazione delle specie viventi.

Il contrasto al bracconaggio è un’opera che coinvolge molte regioni italiane. E che si spinge anche a combattere vere e proprie organizzazioni criminali che commerciano con altri Paesi europei. A supporto del lavoro svolgo dai Carabinieri, il lavoro svolto dalle associazioni ambientaliste e dei cittadini è fondamentale. L’unione, anche in questo caso, fa la forza.

I “punti caldi” dell’anti bracconaggio italiano

I black spot italiani sono diversi. Ci sono le Valli bresciane (con l’Operazione pettirosso che si svolge tutti gli anni tra settembre e ottobre nelle principali valli alpine e prealpine della provincia di Brescia, Val Camonica, Val Trompia e Valle Sabbia). Lo Stretto di Messina (con l’Operazione Adorno, che si svolge tutti gli anni tra aprile e maggio).

E ancora. Il delta del Po, le isole Ponziane e Flegree (comprese le coste campane e laziali) il Foggiano, col Parco nazionale del Gargano e la riserva naturale salina Margherita di Savoia, la Sardegna meridionale e la Sicilia occidentale.

Come ha affermato Claudio Marrucci, il tenente colonnello a capo del reparto operativo antibracconaggio dei Carabinieri Cites:

“In tali aree (i punti caldi, ndr) lavoriamo costantemente in operazioni di prevenzione e repressione dell’illegalità. Un’opera costante e impegnativa, ma i risultati non mancano”.

Del resto, fermare la caccia illegale – e, quindi, preservare la biodiversità – è assolutamente indispensabile. C’è in gioco anche la nostra sopravvivenza.

 

Fonte: LaRepubblica

 

Anna Gaia Cavallo

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