lunedì , 18 Ottobre 2021
Foto di Lenalensen da Pixabay

L’upcycling simile al recycling ma non del tutto. Perché?

Che cos’è l’upcycling?

Per “upcycling” si intende il riutilizzo di oggetti in disuso per creare prodotti di maggiore qualità, reale o percepita.

Qualche esempio pratico? Utilizzare una cassetta della frutta, che è tendenzialmente da gettare, per costruire l’anta di un armadio o lo scaffale di una libreria. 

In maniera concreta, l’upcycling sarebbe molto diverso dal recycling. In quanto l’obiettivo del riciclo è a volte quello di far tornare un oggetto alla sua stessa funzione iniziale. 

Procediamo con ordine. Quando nasce l’upcycling e quali sono i suoi vantaggi?

La nascita dell’upcycling

Il termine “upcycling” venne usato per la prima volta, nel 1994, dall’ingegnere meccanico tedesco Reiner Pilz. 

Nello specifico, il professionista si soffermò soprattutto sull’inutilità del riciclo fine a se stesso. Con il recycling, infatti, gli oggetti una volta ultimati nella fase di recupero, perdono di valore. Per questo motivo Pilz sostenne che il riciclo fosse un “down-cycling”. L’oggetto che vive una seconda vita, secondo lui, avrebbe dovuto avere un valore in più (“up-cycling”).

I vantaggi 

I vantaggi legati all’upcycling sono tantissimi e perlopiù sono connessi al risparmio energetico e al rispetto ambientale. Nel primo caso, l’energia usata è ben dieci volte minore di quella che si impiega per il semplice riciclo. In alcuni casi con l’upcycling il dispendio energetico è pressoché pari a zero.

Da un punto di vista ambientale con l’upcycling si combatte la mentalità dell’usa e getta, favorendo di conseguenza il second hand di valore. Oltre a evitare gli sprechi, quindi, ci permette anche di ridurre l’impatto dell’industria della moda. Non solo. Nello stesso settore, profondamente di successo in nome della serialità, si favorisce la creazione di capi unici e davvero green.

L’upcycling e la moda 

Nel mondo della moda esistono due modi per fare upcycling: “pre-consumer” o “post-consumer”, ovvero prima o dopo del consumatore. In che senso?

Per l’upcycling pre-consumer si utilizzano scarti di tessuto usati per confezionare un capo, che non è giunto ancora nelle mani del consumatore.

Per Upcycling post-consumer intendiamo, quindi, quei vestiti già usati in passato, in condizioni più o meno buone, che semplicemente vengono modificati.

Queste due tipologie di upcycling sono dunque messe in pratica da attori diversi: designers e marchi che recuperano vestiti da un lato; persone comuni che vogliono semplicemente modificare un vestito che non indossano più.

Il commento di Marine Serre

A tal proposito, la stilista Marine Serre  che per le sue ultime collezioni ha proposto quasi il 50% di vestiti upcycled, ha dichiarato:

“Essere designer oggi significa saper creare e produrre in modo diverso. Perché andare a comprare tessuti, inventare stampe che dovranno essere cambiate l’anno successivo, quando c’è così tanto tessuto da riutilizzare? Trovo spaventoso che le grandi case non abbiano già fatto un passo verso questo tipo di produzione, quando poi passiamo il tempo a lamentarci degli sprechi”.

Dai vecchi jeans anni ’70 e ’80 fino ai tessuti d’arredo vintage, tutto si trasforma in indumenti attuali, alla moda, eco-friendly e di soprattutto di grande qualità.

Fonte: mffashion.com; timgate.it

Margherita Parascandalo

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