lunedì , 18 Ottobre 2021
disastro cambiamenti climatici
Foto di Jose Antonio Alba da Pixabay

Negli ultimi 50 anni c’è stata la media di un disastro al giorno a causa dei cambiamenti climatici

Negli ultimi 50 anni c’è stata la media di un disastro al giorno a causa dei cambiamenti climatici. Il numero di disastri è aumentato di cinque volte. Anche se, grazie alle misure di previsione e gestione del rischio, i morti sono diminuiti. Ma non basta. A partire dagli anni ’70, i disastri legati ai cambiamenti climatici o di scarsità idrica hanno ucciso in media 115 persone al giorno. E causato perdite giornaliere per 202 milioni di dollari.

Questo è quanto emerge dal “Wmo atlas of mortality and economic losses from weather, climate and water extremes”, il nuovo atlante prodotto dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo). Che getta luce sulla mortalità e le perdite economiche dovute alle condizioni meteorologiche estreme nell’arco degli ultimi 50 anni.

Le perdite derivanti dai disastri causati dai cambiamenti climatici

Secondo l’atlante, durante il periodo preso in esame sono stati segnalati più di 11mila disastri, con poco più di due milioni di morti.

Dal 1970 al 2019, i rischi meteorologici, climatici e idrici hanno costituito il 50% di tutti gli eventi estremi a livello globale, il 45% di tutti i decessi segnalati e il 74% delle perdite economiche. Più del 91% di questi decessi si è verificato nei Paesi in via di sviluppo.

Nell’elenco dei disastri che hanno generato maggiori perdite umane al primo posto vi è la siccità (650mila morti), seguita dalle tempeste (577.232 morti), le inondazioni (58.700 morti) e le temperature estreme (55.736 morti).

I danni economici derivanti dai disastri causati dai cambiamenti climatici

Le perdite sono aumentate di sette volte dagli anni ’70 agli anni ’10. Arrivando a un totale di oltre 3mila miliardi di dollari.

I danni economici dal 2010 al 2019 (in media 383 milioni di dollari al giorno nel decennio) sono stati sette volte superiori a quelli registrati dal 1970 al 1979 (49 milioni di dollari).

Le tempeste hanno rappresentato la causa più diffusa di perdite economiche (521 miliardi di dollari), seguite dalle inondazioni (115 miliardi di dollari).

Tre dei primi 10 disastri troviamo gli uragani Harvey (96,9 miliardi di dollari), Maria (69,4 miliardi di dollari) e Irma (58,2 miliardi di dollari). Questi da soli hanno rappresentato il 35% delle perdite economiche totali in tutto il mondo dal 1970 al 2019. 

Diminuiti i decessi

I decessi, invece, sono diminuiti di quasi tre volte dal 1970 al 2019. 

Secondo l’atlante, infatti, il bilancio delle vittime è sceso da oltre 50mila morti negli anni ’70 a meno di 20mila negli anni ‘10. Gli anni ’70 e ’80 hanno riportato una media di 170 decessi correlati al giorno. Negli anni ’90, quella media è scesa di un terzo (90 decessi al giorno). Per poi continuare a diminuire negli anni 2010, fino ad arrivare a 40 morti correlate al giorno.

Come ha affermato Petteri Taalas, segretario generale del Wmo:

“Il numero di condizioni meteorologiche, climatiche e idriche estreme è in aumento, e diventerà ancor più grave in molte parti del mondo, a causa del cambiamento climatico. Ma, dietro le rigide statistiche, si cela un messaggio di speranza. I sistemi di allarme rapido multirischio hanno portato a una significativa riduzione della mortalità. Molto semplicemente, siamo più bravi che mai a salvare vite”.

Cosa possiamo fare?

Il numero di persone esposte al rischio di catastrofi sta aumentando a causa della crescita della popolazione nelle aree a rischio e dell’intensità e frequenza degli eventi meteorologici. È necessaria quindi una maggiore cooperazione internazionale.

Il Rapporto rivela alcune lezioni chiave apprese negli ultimi 50 anni ed elabora delle raccomandazioni, tra cui:

  • ricalibrare lo studio dell’esposizione ai pericoli e della vulnerabilità alla luce di un clima che cambia;
  • rafforzare i meccanismi di finanziamento del rischio a livello nazionale e internazionale, in particolare per i Paesi meno sviluppati e i piccoli Stati e territori insulari in via di sviluppo;
  • promuovere politiche integrate e proattive sui disastri a lenta insorgenza, come la siccità.

Bisogna insomma rafforzare le misure di previsione e prepararsi a diversi scenari.

 

Fonte: ASviS

Anna Gaia Cavallo

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