mercoledì , 8 Dicembre 2021
Foto di RENE RAUSCHENBERGER da Pixabay

Archeologia ambientale, quanto ne sappiamo e che cos’è?

L’archeologia ambientale studia le caratteristiche e l’evoluzione dell’ambiente naturale nell’antichità e la loro relazione con le attività umane. Avvalendosi di tecniche derivate dalle scienze naturali, gli studiosi, infatti, raccolgono tutti i dati geomorfologici e biologici a loro disposizione per ricostruire le vicende umane del passato.

Tale disciplina si è perfezionata soprattutto negli ultimi trent’anni. In precedenza venne impiegata prevalentemente per fare luce su società e ambienti preistorici. Attualmente è nota anche per lo studio di società più complesse. 

Inoltre, l’archeologia ambientale ha due approcci diversi, che cambiano a seconda l’indirizzo scientifico di riferimento.

Scopriamoli insieme.

L’approccio ottocentesco

Secondo un indirizzo che risale alla scuola storico-culturale europea del 1800, l’archeologia ambientale si basa sullo studio degli “ecofatti”; ossia sullo studio di resti organici antichi, fondamentali per chiarire il contesto ambientale in cui si inseriscono le tracce archeologiche.

Tale approccio archeologico ambientale caratterizza anche in Italia la archeologia dei paesaggi; disciplina che si è definita in Italia negli anni Novanta, a partire dalle ricerche archeologiche classico-medievali dell’Università di Siena.

L’approccio ecologico-storico

Secondo l’approccio ecologico-storico (historical ecology) di origine anglosassone e statunitense, l’archeologia ambientale si configura come metodo interdisciplinare della ricerca storica e preistorica.   

Questo metodo multidisciplinare deriva dalle scienze bio-ambientali. Ed è applicato alla storia rurale, in particolar modo nei paesi anglosassoni e nordeuropei.

Attraverso l’ecologia storica si studia la relazione Uomo/Natura su una scala topografica locale e cronologica, al fine di ricostruire la storia del sito indagato.

L’approccio ecologico-storico culturalista strutturale

Inoltre, rimanendo sempre nel campo dell’ecologia storica, esiste anche lo stampo culturalista strutturale. Che ha lo scopo di comprendere le dinamiche del paesaggio e degli ecosistemi naturali o antropici. Verificando le connessioni storiche, attraverso la dendrocronologia, la paleoecologia, la teledetezione, l’analisi di dati statistici.

In questo caso, l’influsso dell’uomo sul paesaggio viene analizzato con metodi storici, mentre per quanto riguarda le dinamiche degli ecosistemi si fa capo all’ecologia tradizionale.

Un altro campo di ricerca estremamente importante per l’archeologia ambientale è rappresentato dalla bioarcheologia.

La bioarcheologia

Con questo termine ci riferiamo a tutti gli studi di resti organici antichi (ecofatti), necessari per chiarire il contesto ambientale in cui si inseriscono le tracce archeologiche.

Attraverso l’analisi di tali materiali, gli studiosi cercano di fare chiarezza sull’habitat, sulla sussistenza, sulla dieta e sulle attività produttive delle popolazioni umane.

La bioarcheologia viene suddivisa, a seconda che si occupi di specie animali o vegetali, in archeozoologia e paleobotanica.

L’archeozoologia si occupa di resti di animali selvatici e addomesticati; la seconda è, invece, una disciplina grazie alla quale si studiano le piante e le piante fossili presenti nei sedimenti.

Essa è fondamentale per la ricostruzione degli ecosistemi ancestrali e anche per avere maggiore chiarezza storica sull’evoluzione di alcune piante.

Ricordando le parole di Flaminia Cruciani, archeologa e poetessa, non potremmo che non essere d’accordo con lei: “Se l’antico sopravvive attraverso le rovine, che sono l’opera d’arte della natura, e attraverso i reperti, l’archeologia forse è il momento supremo, il kairos, dell’immortalità”.

 

 

Margherita Parascandalo

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