sabato , 26 Novembre 2022

Abbandonare il fast fashion, la transizione verso la moda sostenibile

Negli ultimi anni il fast fashion ha fatto gola a tutti coloro che avevano la smania di apparire. Ora però data la situazione ambientale è necessaria una transizione verso la moda sostenibile.

Cambiare continuamente ed emulare il mondo patinato di riviste e passerelle, ha fatto sì che durante gli anni si comprassero e buttassero vestiti più del dovuto.

Ciò che non conoscevano gli amanti della “moda veloce” è il rovescio della medaglia di questo mondo all’esterno glamour e di tendenza. Parliamo di un mondo che nasconde, neanche troppo bene, sfruttamento della manodopera minorile e a basso costo, inquinamento e spreco delle risorse naturali.

In tempi più recenti la situazione sta cambiando. Dirottando i gusti dei consumatori verso una moda più attenta, quindi più sostenibile. Una transizione verso la moda sostenibile sta avvenendo grazie al consumatore, che acquistando i suoi vestiti non pensa più solo al brand o al modello. Vuole sapere come sia stato confezionato il capo, in che condizioni lavorative e con quali materie.

 

Fast Fashion: qual è l’impatto sul pianeta?

Come indica il nome, il Fast fashion fa riferimento a una moda “veloce”, una velocità che sta nella produzione e sostituzione dei capi nelle collezioni di negozi e brand a basso costo.

Il basso costo degli abiti del fast fashion deriva soprattutto dall’uso di materiali scadenti, soprattutto il poliestere che deriva dal petrolio; dall’impiego di manodopera a basso costo. Purtroppo quest’ultima deriva soprattutto dal lavoro dei bambini di paesi sottosviluppati.

I fattori che impattano di più sull’inquinamento globale sono la tintura e la preparazione del filato (28%). Stando ai dati rilasciati da Business Insider, l’industria della moda è causa del 10% del totale delle emissioni globali di carbonio.

Inoltre, circa il 60% dei materiali utilizzati dall’industria della moda sono in plastica. Causando ogni anno il rilascio in mare di 500 mila tonnellate di microfibre. Questo dato è l’equivalente di 50 miliardi di bottiglie di plastica.

Si stima inoltre che il settore del fast fashion consumi ogni anno circa il 4% dell’acqua potabile presente sul pianeta. Basti pensare che la produzione di un solo paio di jeans necessita di circa 7000 litri d’acqua, quasi l’equivalente di quanta ne beve un individuo nel corso di 5 anni.

Ad oggi, l’industria della moda è la seconda più inquinante al mondo, dietro quella del petrolio.

Il settore della moda fast fashion è causa dell’inquinamento del 20% delle acque mondiali per i suoi trattamenti di tintura e sul tessuto in generale. Il settore della moda ogni anno emette circa un miliardo di tonnellate di gas serra, il 2% delle emissioni totali; ogni anno le aziende fast fashion e i suoi consumatori producono tonnellate di rifiuti provenienti dall’abbigliamento ogni anno. Sono dati allarmanti, che ci fanno capire il perché sia necessaria una transizione alla moda sostenibile.

 

Come vestirsi consapevolmente

Il consumatore è diventato più consapevole e sensibile alla questione ambientale. Per questo motivo sempre di più si parla e ci si avvicina a quella che viene detta moda sostenibile.

I consumatori non sono interessati più solo al vestito di tendenza, ma vogliono sapere come viene prodotto e in che condizioni lavorative.

Con il termine moda sostenibile facciamo riferimento a un’industria che non solo rispetta l’ambiente, ma anche l’individuo umano.  Lavorare materie prime meno inquinanti, ridurre gli sprechi, creare capi più durevoli, dare lavoro in condizioni dignitose ed eque è ciò che si propone di fare la moda sostenibile.

Questi punti sono stati adottati da molti dei colossi della moda mondiale. Fattori che insieme concorrono a raggiungere più velocemente il rating per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030. La transizione alla moda sostenibile prevede quindi l’utilizzo di tessuti ecologici e naturali, riciclati. Inoltre, l’inserimento della figura della donna come lavoratrice nella filiera produttiva.

In concreto?

Sicuramente la prima cosa da fare è evitare di acquistare il superfluo, evitare di comprare capi che non siamo certi di indossare per più volte (i cosiddetti “guru della moda” sostengono che “se non hai intenzione di indossarlo almeno 40 volte non comprarlo”).

Fondamentale è anche acquistare prodotti di qualità, per evitare che si logorino troppo velocemente, causando quindi un veloce rimpiazzo del capo. Per una transizione alla moda sostenibile e quindi al vestire consapevolmente, è importante prediligere fibre naturali, come il lino e la juta. Esiste anche una fibra sintetica ecocompatibile, l’Econyl, che deriva dalla rigenerazione di polimeri di plastica riciclata: una sorta di nylon creato dal riciclo di reti da pesca abbandonate in mare, di tappeti domestici, di rifiuti plastici industriali.

 

La situazione italiana a riguardo

Riguardo alla transizione alla moda sostenibile in Italia, se ne è parlato anche al Senato in merito alla questione del PNRR. Si è ricordata l’importanza della moda nel mercato e nell’economia italiana e si è sottolineato come questo importante settore economico dell’Italia non sia stato inserito all’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

L’intervento è stato condiviso da ASviS, redatto in collaborazione con la Siena Advanced School on Sustainable Development, spiegando come l’industria della moda possa raggiungere gli obiettivi definiti dall’Agenda 2030 con azioni che ruotano intorno i concetti di governance, reshoring, formazione professionale, digitalizzazione e economia circolare.

In Italia, la produzione di filati e tessuti partendo da scarti organici sarebbe la soluzione per creare qualcosa che sia totalmente Made in Italy, alimentando quella che viene definita bioeconomia circolare. Questa si basa sul riutilizzo di risorse biologiche derivate dall’agricoltura e lavorate grazie alle nuove biotecnologie. Il Pnrr italiano per la transizione alla moda sostenibile prevede investimenti su diversi settori: ciò su cui si punta maggiormente è il potenziamento degli impianti per il recupero, riciclo e riuso di prodotti tessili di scarto.

Gli investimenti sulla moda sostenibile

Soprattutto, si investirà sul potenziamento della gestione della raccolta differenziata al Centro e Sud Italia. Si parla anche di digitalizzazione dei processi di vendita e promozione, anche delle sfilate che pare che tra qualche anno saranno totalmente digitali.

Altro obiettivo è quello di creare piattaforme digitali che possano mettere in contatto chi si occupa di riciclaggio e chi seleziona rifiuti tessili per aumentare la circolarità. Si vogliono creare piattaforme marketplace dove acquistare grandi quantità di abiti dismessi, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di rifiuti tessili. Si mira a creare delle piattaforme per la gestione degli scarti tessili in modo da analizzare la capacità degli impianti di riciclaggio tessile.

Ulteriore soluzione proposta per  la transizione alla moda sostenibile è l’utilizzo di filati provenienti da scarti organici. Già molte start up realizzano tessuti creati con scarti di agrumi (realizzando filati e tessuti), con mele e uva (realizzando similpelle). Altri prodotti organici utilizzati per creare tessuti sono la caseina, il riso e gli scarti di caffè.

Molti nuovi brand italiani sono nati come marchi ecosostenibili, spiccando per etica sociale e ambientale. Si tratta di brand che non solo tengono conto dell’impatto della moda sull’ambiente, ma anche sulla produzione e la forza lavoro.

La moda sostenibile è promossa soprattutto da giovani designer, che grazie alle nuove tecnologie, trasformano “rifiuti” in nuovi materiali da utilizzare nell’industria della moda.

Ne sono un esempio gli ideatori di ID.EIGHT, un brand marchigiano che crea le sue sneakers, considerate le più ecosostenibili di Europa, con similpelle di vino, similpelle di ananas, cotone biologico, poliestere riciclato, carta riciclata.

Altro brand di scarpe italiane è WAO, che realizza le sue calzature in econyl, canapa, cotone biologico, gomma riciclata, fibra di cocco e sughero. Altro brand è MALÌA, di manifattura 100% italiana che realizza abbigliamento da donna con cotone biologico, canapa, lino, seta buretta, lana biologica.

Morena Motariello

 

Fonti: Lifestyle; Esritalia; Vogue; Nonsoloambiente; Vestilanatura; Prontobolletta; Greenplanner; Vestilanatura

 

 

 

 

 

 

 

 

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