lunedì , 29 Novembre 2021
Lo streaming inquina
Foto di Stefan Coders da Pixabay

Lo streaming inquina davvero?

Lo streaming inquina? Danneggia davvero l’ambiente ascoltare musica e guardare video online?

Cerchiamo di fare chiarezza.

Lo streaming inquina?

Innanzitutto, ogni volta che ascoltiamo una canzone consumiamo energia.

Questo accade perchè tutti i file (le canzoni, per intenderci) sono salvati all’interno di enormi server, raffreddati costantemente per mantenere una temperatura costante e controllata. E i dati vengono poi inviati ai nostri dispositivi mobili oppure PC tramite WiFi o rete cellulare.

Quanta energia consumano? Decisamente di più rispetto a quella consumata dai vecchi CD e vinili.

Lo hanno dimostrato nel 2019 i ricercatori della Keele University. Che hanno fornito alcuni esempi pratici:

  • Ascolto della musica da un lettore CD: 34,7KWh/anno, pari a 5£
  • Ascolto della musica in streaming: 107KWh/anno, pari a 15£

Ovviamente tutto dipende da quante volte si ascolta un brano in streaming. Se si ascolta poca musica i danni sono davvero molto lievi. Al contrario, la loro entità non è da sottovalutare. Ma in definitiva, sì, lo streaming inquina.

I numeri

Un’altra ricerca – condotta dall’Università di Glasgow – ha analizzato i “numeri” della musica dal 1977 (anno del picco di vendite dei dischi in vinile) al 2016.

Dal ’77 al 2000 il consumo di plastica da parte dell’industria discografica statunitense è stato altissimo (considerando sia vinile che compact disc). I dati oscillano tra le 56 e le 61 tonnellate.

Nel 2016 – nel pieno dell’era dei download e dello streaming – la quantità di plastica utilizzata è scesa a (circa) 8 mila tonnellate.

La ricerca ha tradotto questi dati in emissioni di gas serra nell’atmosfera: 140 mila tonnellate nel 1977, 136 mila nel 1988 e 157 mila nel 2000.

Ed è qui che subentra un dato sorprendente. L’industria discografica ha generato tra 200 mila e 350 mila tonnellate solo negli Stati Uniti. Circa il doppio – facendo una media – rispetto al 2000. Ecco quanto inquina lo streaming.

Le perplessità

Ovviamente queste informazioni hanno generato non poche perplessità. In primis, per i supporti fisici viene considerata solo la produzione. Non il trasporto, nè lo stoccaggio, oppure la distribuzione.

In secondo luogo, si tratta di dati relativi solo agli Stati Uniti, mentre la musica in streaming è per definizione globale.

Infine, dal punto di vista dell’utente, l’efficienza energetica di impianti hi – fi (per chi ancora li usa) e degli smartphone è enormemente superiore rispetto anche solo a dieci o venti anni fa. Senza contare che se uno smartphone è già in funzione, la differenza nel consumo di energia – tra ascolto e non ascolto di musica – è minima.

Non è solo la musica ad inquinare

Una ricerca condotta dal collettivo francese The Shift Project ha dimostrato che le nostre attività su smartphone e su computer oggi inquinano più dell’intera industria aeronautica.

Il 2,5% delle emissioni di gas serra è infatti riconducibile al trasporto aereo, ma questa percentuale sale fino al 4% se si prende in considerazione l’energia di origine fossile necessaria per inviare email, spedire messaggi su WhatsApp e soprattutto guardare video online.

La quantità di elettricità consumata per guardare Netflix, YouTube, Prime Video e tutte le altre piattaforme streaming è infatti in continua crescita. Sia per il crescente utilizzo, sia per la qualità sempre più alta dei video stessi (che quindi richiedono più dati).

Si calcola che, entro il 2022, l’80% del traffico dati globale sarà relativo ai video online. I cui byte vengono continuamente trasferiti dai data center dei colossi digitali fino al nostro computer o smartphone.

I numeri dell’inquinamento digitale da streaming sono già impressionanti. Nel 2018, i video online hanno generato 300 milioni di tonnellate di CO2. L’equivalente cioè delle emissioni annuali di una nazione come la Spagna.

Stesso discorso ovviamente anche per i videogiochi. Secondo Evan Mills – esperto di materie energetiche e membro dell’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul Cambiamento Climatico dell’ONU) – la richiesta energetica aumenterà del 114% nel corso dei prossimi cinque anni.

Le iniziative delle aziende ed il caso Spotify

La Apple da diversi anni ormai si impegna per creare un ambiente più salubre. Tutti i suoi negozi, uffici e i data center sono alimentati al 100% da elettricità rinnovabile. Anche tutte le attività dei suoi dipendenti – dal pendolarismo ai viaggi di lavoro – sono a zero emissioni di anidride carbonica. 

Dal 2011, grazie ai progetti di energia rinnovabile, Apple ha ridotto del 58% le emissioni di gas serra (CO2e) delle sue strutture nel mondo. Ed evitato che quasi 2,2 milioni di tonnellate di CO2e finissero nell’atmosfera.

La Playstation 5 consumerà meno elettricità quando lasciata in standby.

Spotify intanto ha completato nel 2019 il passaggio a Google Cloud, che orgogliosamente dichiara di essere già ora a emissioni zero. Il problema, però, sembrano essere il consumo in ufficio e le trasferte. Per il 2020 l’obiettivo è ridurle del 25%. Che, data l’introduzione dello smartworking causa Covid – 19, non sembra essere irraggiungibile.

Quali potrebbero essere le soluzioni?

A fianco alle iniziative aziendali ci potrebbero – e dovrebbero – essere quelle dei singoli individui.

Ad esempio, si potrebbe preferire il cinema – quando sarà di nuovo possibile – allo streaming. E, nel frattempo, limitare il più possibile le visioni.

Oppure, allo stesso modo, si potrebbe scaricare un disco sul dispositivo anzichè ascoltarlo ogni volta in streaming (soprattutto quando lo si ascolta spesso). In alternativa, tornare ai buoni vecchi vinili non sarebbe una cattiva idea.

Anna Gaia Cavallo

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