giovedì , 22 Aprile 2021
allevamenti di visoni
Foto di Jan den Ouden da Pixabay

Gli allevamenti di visoni in Italia: intervista a Simone Pavesi della LAV

I visoni sono animali selvatici, semiacquatici. Amano la vita solitaria, non vivono in branco. Dovrebbero cacciare, nuotare, correre. Dovrebbero… Ma non sempre è possibile. Solo in Italia ci sono 8 allevamenti di visoni e circa 60mila esemplari. 60mila esemplari che nascono, vivono (pochissimo), soffrono e muoiono.

E non solo. Sono anche portatori di Covid – 19. Non per colpa loro, ma per colpa della mano dell’uomo che, ancora una volta, dimostra di essere incurante della vita di chi non sa come difendersi.

In Danimarca si stima che siano stati uccisi circa 17 milioni di esemplari, perché potenzialmente contagiosi. Salvo poi scoprire che il governo non aveva la copertura legale per ordinare l’abbattimento di tutti i visoni. Ma che avrebbe potuto ordinarlo solo alle fattorie dove era stato rilevato il contagio o che erano entro 7,8 chilometri dalla struttura in cui era stata rilevata un’anomalia. Ed a poco sono servite le lacrime della premier, le dimissioni del ministro dell’Agricoltura. Il (pietoso) esempio danese non ci ha insegnato niente.

Ancora una volta dimostriamo di non saper apprendere dagli errori (anche altrui). E così migliaia di visoni saranno uccisi anche qui.

Si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso? Chi potrebbe ordinare la chiusura degli allevamenti? Com’è la situazione in Italia? Ci sono state mutazioni del virus anche qui? A tutte queste domande – ed ad altre ancora – ci ha risposto Simone Pavesi, Responsabile Area “Moda Animal Free” della LAV. La prima associazione che ha denunciato la situazione ed ha mostrato, attraverso durissime immagini, le condizioni in cui sono costretti a vivere i visoni negli allevamenti intensivi.

In Italia abbiamo 8 allevamenti di visoni. Per un totale di 60000 esemplari. Quanti effettivamente sono stati testati?

Questo non lo sappiamo neanche noi. In italia formalmente non c’è obbligo di testare i visoni. Sono stati condotti dei test ad agosto in un allevamento – cioè quello di Cremona – solo perché un lavoratore è risultato positivo. Quindi, come previsto dal “protocollo visoni” vigente da maggio in Italia, era necessario questo controllo. Ma non c’è uno screening diagnostico sistematico. Ad inizio novembre i carabinieri del NAS sono intervenuti dopo che abbiamo mostrato immagini in cui i lavoratori entravano negli allevamenti senza i DPI. Hanno ispezionato diversi allevamenti ed in alcuni hanno condotto dei test, ma i risultati ad oggi non sono noti.

Quanti casi sono stati accertati in Italia di contagio negli allevamenti di visoni?

Nell’allevamento di Cremona ci sono 3 casi accertati, con un animale asintomatico. Ma non c’è alcuna evidenza sul possibile sviluppo del virus all’interno degli allevamenti e su un eventuale salto di specie inverso, dal visone all’uomo. Non ci risulta che siano state effettuate verifiche, come il sequenziamento del genoma, che è l’attività di ricerca fondamentale per capire se il virus è mutato. Il coronavirus nei visoni è caratteristico. Bisognerebbe fare il sequenziamento del genoma del virus isolato nei visoni e il sequenziamento del genoma del virus nei lavoratori malati e nelle persone che vivono in prossimità dell’allevamento. Solo così si potrebbe capire se il virus, oltre a circolare all’interno degli allevamenti, è stato trasmesso all’uomo.

Se non ci sono evidenze scientifiche sulla mutazione del genoma del virus e su un eventuale salto di specie dal visone all’uomo, perchè – sulla scia del disastro danese – anche nell’allevamento Mi.Fo di Capralba, in provincia di Cremona tutti i (quasi) 30000 esemplari dovranno essere abbattuti (dopo la accertata positività di 3 di loro)?

Perchè ormai è noto che gli allevamenti sono possibili serbatoi di coronavirus. Il rischio che si possa innescare un focolaio e che il virus possa mutare ed essere trasmesso all’uomo è grave per la salute pubblica. Nell’allevamento di Cremona sono stati trovati 3 esemplari positivi e già questo basta per considerarlo focolaio. Per questo gli animali dovranno essere abbattuti.

Ma è davvero l’unica soluzione?

Purtroppo per gli animali non cambia nulla. In questi giorni sarebbe stati soppressi per ricavare le pellicce. Ma data l’emergenza sanitaria, essendoci diversi animali positivi, l’allevatore non può ricavare dai visoni le pellicce. Gli animali sono doppiamente vittime: prima perché l’industria delle pellicce li ha condannati a vivere negli allevamenti intensivi e poi per il coronavirus, introdotto negli allevamenti dall’uomo. E qui proprio per le condizioni dell’allevamento intensivo – che costringono migliaia di animali in pochissimo spazio – ha la possibilità di diffondersi facilmente e di mutare. Non c’è la possibilità di liberarli e curarli. Come non esiste una cura per l’uomo, non esiste neanche per i visoni.

Alla luce di quello che abbiamo detto fino ad ora – possibile mutazione compresa – la chiusura da parte del ministro Speranza degli allevamenti per 3 mesi è totalmente inutile?

L’ordinanza del ministro Speranza non apporta alcuna limitazione all’attività di allevamento dei visoni. È stata emessa esclusivamente per dare la possibilità di intervenire abbattendo gli esemplari negli allevamenti in cui ci sono state delle positività, come nel caso di Cremona. Fino a prima dell’ordinanza, nel momento in cui risultava che ci fossero alcuni animali malati, non si poteva procedere con l’abbattimento di tutto l’allevamento, ma solo di quelli risultati positivi al Sars – Cov – 2. Adesso, invece, basta anche solo un caso di positività per considerare l’allevamento focolaio e quindi per abbattere tutti gli esemplari. Questa è l’unica cosa che cambia. La sospensione dell’attività dal 21 novembre al 28 febbraio non ha alcuna efficacia in nessun senso. Non va ad intaccare la normale prassi di questo tipo di allevamento. In cui il ciclo inizia a marzo con la riproduzione degli animali, prosegue con la nascita dei cuccioli tra fine aprile ed inizio maggio e termina tra novembre e dicembre con l’abbattimento degli animali ormai cresciuti per ricavarne le pellicce. E poi nelle strutture restano gli animali riproduttori, che non vengono uccisi per ricavare pellicce e che verranno comunque utilizzati a marzo per avviare un nuovo ciclo di produzione.

L’Assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, Raffaele Donini, ha manifestato la volontà di chiudere i 2 allevamenti presenti nella sua regione (nelle province di Ravenna e Forlì – Cesena). Per adesso sono rimaste solo parole. Eppure le Regioni possono decidere di agire a prescindere dalle decisioni a livello nazionale…

Infatti, in termini di emergenza sanitaria e tutela della salute pubblica, i Sindaci e le Regioni hanno la facoltà di intervenire direttamente per fermare gli allevamenti. Potrebbero firmare un’ordinanza per bloccarli almeno per un anno (quindi non fino a febbraio del 2021, ma fino a febbraio del 2022). Così almeno si potrebbe evitare che nel nuovo anno nascano migliaia di animali che diventeranno pellicce oppure possibili focolai di Coronavirus. L’Assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna che ha fatto questa dichiarazione, in realtà aveva il potere di chiudere gli allevamenti, al posto di fare l’annuncio per poi demandare tutto al Ministero. Ad oggi la sua resta solo una dichiarazione pubblica, che lascia il tempo che trova. Non ha alcun effetto, dato che a questa non ha fatto seguito un atto.

E le altre regioni non si sono espresse in merito?

No, nessuna regione si è espressa. Però vale tanto quanto l’essersi espressa dell’Emilia Romagna, perché di fatto in nessuna regione cambia nulla.

Lasciando per un attimo da parte la questione Covid – 19. Quali sono i maltrattamenti che subiscono i visoni negli allevamenti?

Si tratta di allevamenti intensivi, che non offrono nulla rispetto a quella che sarebbe stata la vita naturale dei visoni, sia per durata che per qualità. Per durata, perchè vivono solo pochi mesi. E già questa è una grande differenza rispetto alla vita naturale di questi animali, che dura circa 5 – 6 anni. Per qualità, perché vivono in gabbiette fatte di metallo di pochi centimetri quadrati. In ognuna ci sono migliaia di animali ammassati. Ma il visone è un animale predatore, non è un animale sociale. Non vive in branco, ma da solo. Quindi già per lui stare a contatto con tantissimi suoi simili in pochissimo spazio è una sofferenza. Inoltre lì le caratteristiche della specie non vengono rispettate. I visoni non possono fare quello per cui sono nati. Come nuotare – dal momento il visone un animale semiacquatico, capace di immergersi fino a 5 metri di profondità – cacciare, scavare, arrampicarsi. In questo breve periodo di vita, soffrono così tanto che iniziano a manifestare comportamenti stereotipati (continuano a ripetere gli stessi movimenti ogni giorno nelle gabbie), arrivano ad aggredirsi a vicenda, si provocano automutilazioni (non è raro che si amputino la coda). Addirittura molti di loro muoiono, perché non riescono a sopravvivere in queste condizioni.

Avete lanciato una petizione per chiudere gli allevamenti. A che punto siete? Quante firme avete raccolto fino ad ora? 

Circa 25000 in meno di un mese. Non abbiamo bisogno di sensibilizzare i cittadini al problema delle pellicce, perché negli anni gli italiani hanno dimostrato di esserlo già. Anche attraverso le loro scelte di acquisto orientate verso capi sostenibili. Contiamo di sensibilizzare le nostre istituzioni, anche a fronte dell’emergenza sanitaria, sperando che sia la leva decisiva per raggiungere l’obiettivo di vietare definitivamente questo tipo di allevamenti in Italia.

Anna Gaia Cavallo

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