mercoledì , 19 Maggio 2021
rifiuti radioattivi
Foto di Dirk Rabe da Pixabay

Il deposito di rifiuti radioattivi tra consensi e dissensi: tutto ciò che c’è da sapere

La realizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi è (quasi) ufficiale. Il progetto preliminare – ideato dalla Sogin – ha avuto il via libera, con il nulla osta del ministero dello Sviluppo e del ministero dell’Ambiente. Ed insieme a questo, è stata pubblicata anche la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi). Ma il progetto ha scatenato grandi polemiche. Perchè? Procediamo con ordine.

Quante e quali categorie di rifiuti radioattivi esistono

I rifiuti nucleari possono essere classificati in diverse macrocategorie, a seconda del contenuto di radioattività e del tempo necessario a consentirne lo smaltimento come rifiuti convenzionali.

La classificazione è cambiata nel tempo. Fino al 2010 le categorie principali erano due (rifiuti a bassa e media attività e rifiuti ad alta attività). Con il Decreto Ministeriale del 7 agosto 2015, poi, si è passati a una classificazione più articolata in cinque categorie. Che distingue tra rifiuti a vita molto breve (che si smaltiscono come quelli convenzionali), rifiuti ad attività molto bassa, bassa, media e alta.

Sono considerati “ad attività molto bassa” e “bassa” i rifiuti radioattivi che nell’arco di 300 anni raggiungeranno un livello di radioattività tale da non generare danni per la salute e per l’ambiente.

I rifiuti considerati a “media” e “alta attività”, invece, perdono la radioattività in migliaia o centinaia di migliaia di anni.

E questa – grandissima – differenza dovrà essere tenuta in mente per tutto il resto dell’articolo, perchè è uno dei tasselli principali del “puzzle”.

Da quali settori provengono questi rifiuti?

I rifiuti a bassa e media attività provengono dal mondo civile. Soprattutto da quello medico e ospedaliero: dalle sostanze radioattive usate ad esempio per le terapie anti tumorali, da tutte le attività di medicina nucleare e così via.

A livello globale, i più grandi “produttori” di rifiuti radioattivi sono le centrali nucleari (la cui costruzione però nel nostro Paese è proibita dal 1987). 

Quali sono le aree italiane che contengono più rifiuti radioattivi?

Le regioni sono principalmente sette: Piemonte (con Vercelli ed Alessandria), Lombardia (con Milano, Varese e Pavia), Emilia Romagna (con Piacenza e Forlì – Cesena), Lazio (con Roma e Latina), Campania (con Caserta), Puglia (con Taranto), Basilicata (con Matera), Sicilia (con Palermo).

Dove sono stati depositati e come sono stati smaltiti fino ad oggi?

Attualmente i rifiuti radioattivi prodotti in Italia si trovano in strutture o depositi temporanei, che ne consentono la gestione in sicurezza e l’isolamento dall’ambiente circostante. Molti di questi centri ne trattengono la maggior parte fino al loro completo decadimento, per poi smaltirli come rifiuti convenzionali o speciali. La restante parte viene conferita agli operatori del Servizio integrato – il sistema di raccolta e gestione dei rifiuti radioattivi sanitari e industriali – che provvedono a gestirli nei propri depositi temporanei in attesa di inviarli al Deposito nazionale.

I siti al momento utilizzati sono 20 (per lo più centrali dismesse, laboratori di ricerca e aziende). Ci sono 4 centrali nucleari in decommissioning, 4 impianti del ciclo del combustibile in decommissioning, 1 reattore di ricerca Ccr – Ispra, 7 centri di ricerca nucleare, 3 centri del Servizio integrato in esercizio, 1 centro del servizio integrato non più attivo.

La gestione dei rifiuti nucleari è ovviamente diversa a seconda della categoria di cui fanno parte. A parte le scorie meno pericolose, tutte le altre devono essere confinate, ossia sigillate dentro moduli di cemento armato che ne garantiscano l’isolamento dall’ambiente circostante.

I rifiuti a bassa attività sono conservati con sistemi che si basano sulla cosiddetta tecnologia multibarriera. Che altro non è che un insieme di “scatoloni” di cemento armato posti l’uno dentro l’altro, riempiti di calcestruzzo e strati terrosi e infine sigillati.

Quelli ad alta attività (nell’attesa della costruzione di un deposito geologico) saranno invece conservati in contenitori ancora più impenetrabili, i cosiddetti cask. Che sono adatti, oltre che allo stoccaggio, anche al trasporto delle scorie.

Il progetto della Sogin

Il deposito nazionale e il parco tecnologico saranno costruiti in un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al deposito e 40 al parco.

Il deposito avrà una struttura “a matrioska”. All’interno di 90 costruzioni in calcestruzzo armato – dette celle – verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale, i moduli, che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici con all’interno i rifiuti radioattivi già condizionati.

In un’apposita area del deposito sarà realizzato un complesso di edifici idoneo allo stoccaggio di lungo periodo di circa 17.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività. Che resteranno temporaneamente al deposito, per poi essere sistemati definitivamente in un deposito geologico.

Le aree considerate idonee

La Sogin ha individuato sette regioni in cui sono presenti aree potenzialmente idonee alla costruzione del deposito nucleare nazionale: PiemonteToscanaLazioPugliaBasilicataSardegna Sicilia.

Come? Attraverso un complesso processo di selezione su scala nazionale svolto in conformità ai criteri di localizzazione stabiliti dall’Isin. Ovviamente la Sogin ha scartato le aree che non soddisfacevano determinati requisiti di sicurezza per la tutela dell’uomo e dell’ambiente.

Ai criteri di esclusione sono seguiti quelli di approfondimento, attraverso indagini e valutazioni specifiche sulle aree risultate non escluse.

Costi e finanziamenti

L’impianto costerà 900 milioni di euro, finanziati con la quota delle bollette elettriche destinata allo smantellamento degli impianti nucleari.

La stessa quota finanzierà la gestione dei rifiuti dalle centrali atomiche. Per gli altri rifiuti (ad esempio quelli medicali), pagherà chi li smaltirà lì.

Il decreto legislativo 31 del 2010 riconosce poi al territorio che ospiterà il deposito un contributo economico da contrattare fra gli enti locali e la Sogin.

Come verranno sistemati i rifiuti?

Nelle celle verranno sistemati in totale circa 78 mila metri cubi di rifiuti a bassa e media attività.

In un’apposita area del deposito saranno stoccati anche 17.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività. Questi dovranno poi essere sistemati definitivamente in un deposito sotterraneo ancora da individuare, probabilmente a livello europeo. Ed è questo “probabilmente” (che sarebbe dovuto essere forse un “sicuramente”) un altro tassello.

I “pro” del deposito

Siamo in piena crisi economica. Tantissime persone hanno perso il lavoro (e non sanno se e quando potranno averne un altro).

La costruzione del deposito – come scrive Sogin – genererà oltre 4.000 posti di lavoro l’anno per 4 anni di cantiere. Durante la fase di esercizio, l’occupazione diretta è stimata mediamente in circa 700 addetti, tra interni ed esterni, con un indotto che può incrementare l’occupazione fino a circa 1.000 unità.

Ma siamo sicuri che ne valga la pena? Era questa l’unica soluzione possibile? Ci sarebbero stati metodi alternativi per smaltire i rifiuti nucleari?

I dissensi dei comuni

“Faremo di tutto per opporci”. Esemplare la dichiarazione di Fabio Menicacci, il sindaco di Soriano nel Cimino, nel Viterbese.

I primi cittadini della maggior parte dei comuni interessati e i presidenti delle Regioni non vogliono che queste diventino “pattumiera delle scorie radioattive” (dalle parole di Christian Solinas, presidente della Regione Sardegna). Nè vogliono che vengano tramutati “in un cimitero di scorie nucleari”, dal momento che la vocazione di queste aree è un’altra, in alcuni casi anche turistica (come ha affermato il sindaco di Gravina, Alessio Valente). Attrarrebbero ancora i turisti aree in cui vi è un deposito di rifiuti radioattivi? E non sarebbe forse questa un’ulteriore perdita per questo settore (già in crisi)? Questo contraddice ovviamente il succitato “pro”. Ed è l’ennesimo tassello.

I dissensi delle associazioni ambientaliste

Secondo Stefano Ciafani, presidente di Legambiente:

“I rifiuti ad alta attività, lascito delle nostre centrali ormai spente grazie al referendum che vincemmo nel 1987, devono essere collocate in un deposito europeo, deciso a livello dell’unione, su cui è urgente trovare un accordo”.

Anche Greenpeace si dice assolutamente contraria alla creazione di “un solo deposito un solo Deposito Nazionale che ospiti a lungo termine i rifiuti di bassa attività e, ‘temporaneamente’, i rifiuti di media ed alta attività”. E ritiene che sarebbe più logico verificare più scenari e varianti di realizzazione del Programma utilizzando i siti esistenti o parte di essi e applicare a queste opzioni una procedura di Valutazione Ambientale Strategica (VAS), in modo da evidenziare i pro e i contro delle diverse soluzioni.

Non molto distante la dichiarazione del WWF. Che fa sapere che si sarebbe aspettato la presentazione di un ventaglio di soluzioni meglio argomentate da differenti scenari e criteri:

“La fiducia dei cittadini, fondamentale ancor più su un tema tanto sensibile, si conquista solo con un reale processo di partecipazione delle comunità locali. Vale a dire mettendo a nudo i rischi (anche quelli del non fare nulla), le misure di sicurezza, le modalità per affrontare la gestione con il massimo rigore e con i massimi livelli di garanzia sanitaria e ambientale, accettando il fondamentale principio di reversibilità nel caso la situazione subisca modificazioni. Il Wwf ritiene che la mera presentazione di un elenco così vasto potrebbe non facilitare una discussione di merito, se non si porrà rimedio nelle prossime fasi”. 

La (mancata) partecipazione dei cittadini quindi è l’ultimo tassello.

Adesso che tutto il puzzle è completo, possiamo rifare la stessa domanda di prima. Questo deposito era l’unica alternativa? Non è neanche necessario rispondere a questo punto.

Anna Gaia Cavallo

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