mercoledì , 24 Febbraio 2021
alpinismo a impatto zero
Foto di Free-Photos da Pixabay

Alpinismo a impatto zero: scalare in modo sostenibile è difficile, ma non impossibile

Il 16 gennaio si è registrata un’impresa storica: per la prima volta, è stata conquistata la vetta del K2 in inverno. I protagonisti sono un gruppo di dieci alpinisti nepalesi, che per l’impresa hanno utilizzato dell’ossigeno supplementare. L’evento ha portato alla ribalta un problema molto serio, di cui forse non si parla in modo adeguato: i rifiuti che gli alpinisti lasciano sulla montagna. Per affrontare questo problema nasce l’alpinismo a impatto zero. Questa attività consiste nel non lasciare rifiuti durante la scalata e nell’utilizzare meno attrezzatura possibile.  


I rifiuti degli alpinisti 

L’alpinista ha bisogno di un’attrezzatura consistente: bombole d’ossigeno, tende, corde, scale, lattine, contenitori per bevande e cibo. Tutte queste cose, una volta usate, sono spesso abbandonate. Infatti, una spedizione sull’Himalaya produce, in media, 20 chili di rifiuti per scalatore. 

A prova di quanto detto, nel 2019 un team di quattordici persone ha trascorso sei settimane sull’Everest, tra il campo base e il campo 4, che sfiora gli 8mila metri. Il risultato della loro azione è stata la raccolta di oltre dieci tonnellate di rifiuti tra bombole di ossigeno, bottiglie di plastica e attrezzatura da arrampicata. 

Lo studio 

Nello stesso 2019, un gruppo di ricercatori dell’università di Plymouth ha analizzato la concentrazione di microplastiche nelle acque e nella neve nei pressi del monte Everest. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista One Earth e il risultato è sconcertante. 

La neve contiene una concentrazione più elevata di microparticelle (rispetto all’acqua) e diversi tipi di polimeri: poliestere (56%), acrilico (31%), nylon (9%) e polipropilene (5%). Nelle acque sono stati rilevati principalmente poliestere e acrilico. In entrambi i casi, dunque, i ricercatori hanno trovato tipi di polimeri utilizzati principalmente per i materiali utilizzati dagli escursionisti e dagli scalatori.

L’alpinismo a impatto zero

Per fronteggiare questo problema nasce l’alpinismo a impatto zero, di cui si fa promotore l’alpinista valdostano Hervé Bramasse. 

Bramasse e il collega tedesco David Göttler sono stati protagonisti di diverse scalate sostenibili. Non hanno utilizzato corde (o quasi) e, soprattutto, bombole di ossigeno.

Le imprese affrontate sono state diverse. A partire dal 2017, sulla parete Sud dello Shisha Pangma, passando per la scalata (nel 2018) della parete Sud – Ovest del Gasherbrum IV, per poi giungere alla traversata del Chamlang, nell’anno seguente. Soprattutto quest’ultima avventura sarebbe servita per capire a che punto fossero per compiere gli ottomila metri rigorosamente in “stile pulito”.  

Come afferma lo stesso Bramasse al Corriere della Sera, per la scalata del Gasherbrum IV avevano solamente 12 chili di attrezzatura, contro i 60 che generalmente porta un alpinista. Infatti, avevano solo 60 m di corda, a fronte dei tremila che generalmente vengono utilizzati.

Inoltre si impegnano a non lasciare nulla lungo la strada. 

Il potere della tecnologia

La tecnologia di certo aiuta l’alpinismo a impatto zero. I materiali ormai sono più leggeri e affidabili. Il cibo stesso è diventato molto semplice da trasportare.

Lo stesso Barmasse usa un comunicatore satellitare compatto e portatile, che consente di essere raggiungibile ovunque. Questo oggetto è molto utile per mandare SOS nelle situazioni di pericolo. 

L’impegno in Italia 

In Italia, l’associazione Mountain Wilderness si occupa di preservare l’autenticità degli ambienti incontaminati ad alta quota.

Infatti, con il termine Wilderness si intendono gli ambienti incontaminati di montagna, in cui l’uomo può sperimentare un incontro diretto con i grandi spazi e vivere in libertà questi luoghi.

L’associazione si occupa di stimolare la consapevolezza ambientale dei frequentatori delle località montane. Inoltre, sostiene le attività pratiche che favoriscono l’autosufficienza, il rispetto per la natura e la fruizione condivisa. Ancora, si oppone ad attività aggressive e favorisce uno sviluppo naturale e culturale rispettoso delle regioni di montagna. 

Cambiano i luoghi, ma non gli atteggiamenti degli uomini, che si sentono sempre padroni e mai ospiti di un territorio. Come ha affermato Barmasse: “Il come facciamo le cose è più importante della cima che vogliamo raggiungere”. 

Marianna Fierro

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