martedì , 18 Gennaio 2022
Moda ecosostenibile
Foto di Free-Photos da Pixabay

Moda ecosostenibile: le aziende si stanno impegnando ma… Si può fare di più

La moda è stata definita la seconda industria più inquinante al mondo. Proprio per questo molte aziende, tra cui grandi marchi italiani, si stanno impegnando per ottenere una produzione sempre più green. Per raggiungere una moda completamente ecosostenibile, però, c’è ancora molto lavoro da fare.

Quali sono i dati più sconcertanti

Lo scenario è stato illustrato, in tutta la sua gravità, l’anno scorso, da Dana Thomas, nel libro Fashionopolis: the price of fast fashion and the future of clothes.

Tra i dati che la scrittrice condivide, quelli che lasciano maggiormente stupiti riguardano l’inquinamento. La maggior parte di questo è causato dalla coltivazione del cotone, che è alla base del nostro abbigliamento quotidiano.

Ciò che impedisce alla moda di diventare ecosostenibile è la quantità di acqua e prodotti chimici utilizzati, utilizzati per dare vita al filato che conosciamo. Infatti, il cotone non organico cresce con una “dieta” rigida ricca di pesticidi e insetticidi estremamente inquinanti.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato dannosi, per l’uomo e l’ambiente, 8 dei 10 dei più comuni pesticidi utilizzati per coltivare il cotone in America. Inoltre, processare il cotone, per trasformarlo in una t – shirt o in un jeans, richiede quasi ventimila litri di acqua. Questi dati stimano che, se il ritmo produttivo di questo tipo di abbigliamento dovesse rimanere costante, la richiesta di acqua supererà la disponibilità mondiale del 40% entro il 2030.  

Cosa sta facendo l’industria della moda in merito

Al fine di raggiungere l’obiettivo di una moda completamente ecosostenibile, lo scorso anno è nato il Fashion Pact. Quest’intesa mette insieme marchi di lusso – come Hermès, Prada e Stella McCartney – e brand della cosiddetta fast fashion, ovvero la moda alla portata di tutti, capace di produrre nuove collezioni ogni quindici giorni (si contano circa 80 miliardi di vestiti all’anno in totale)

Il “Patto della moda” è riuscito inoltre a coinvolgere anche Chanel, azienda che finora si era autoesclusa da ogni tipo di organizzazione.

Presentato dal CEO di Kering, François – Henri Pinault, e approvato anche dal presidente francese Macron, il gruppo è riuscito a risaltare agli occhi dell’ultimo G7, tenutosi a Biarritz. Da quel momento, il Fashion Pact ha raddoppiato i firmatari e ha adottato una serie di obiettivi comuni che si dedicano a temi come: la tutela della biodiversità, la salvaguardia degli oceani, e il tentativo di ridurre gli effetti nocivi della moda sull’ambiente.

Dal suo canto, un altro big della moda francese, il gruppo LVMH, ha un dipartimento interno dedicato all’ambiente da quasi 30 anni. L’impresa ha, da tempo, stipulato una partnership con l’UNESCO, per sostenere il suo programma a protezione della biodiversità, “Man and the biosphere”.

Quali sono i provvedimenti ecologici che possono adottare tutte le aziende?

Primo tra tutti, Giorgio Armani ha ripensato al sistema di produzione. Lo stilista italiano ha focalizzato la sua azienda su prodotti senza tempo. Ed ha invitato i suoi colleghi ad investire su capi dall’alto impatto visivo, che non siano facilmente sostituibili, in modo da valorizzarne l’aspetto ecologico, oltre che quello “artigianale”.

Tra le altre grandi aziende, il 50% è passata ad energie provenienti da fonti rinnovabili. Per quanto riguarda la plastica, invece, il 60% dell’industria della moda ha già adottato l’utilizzo di buste in cartone riciclato nei propri store. 

È importante, inoltre, eliminare dalla produzione diversi elementi chimici: alchilfenoli, ftalati, ritardanti di fiamma bromurati e clorurati, coloranti azoici, composti organici stannici, composti perfluoroclorurati, clorobenzeni, solventi clorurati, clorofenoli, paraffine clorurate a catena corta e metalli pesanti come cadmio, piombo, mercurio e cromo VI. Queste 11 sostanze, tossiche per l’ambiente e per l’uomo, sono state scoperte in Cina nel 2011, grazie alla ricerca di Greenpeace proprio sulla produzione tessile. 

Un altro esempio è fornito da brand come Benetton, Zara, H&M, Nike, Puma, Mango, Levi’s, Adidas, Valentino e il distretto tessile di Prato. Queste aziende hanno già reso la loro produzione ecosostenibile, realizzando la maggior parte dei loro capi in cotone 100% organico.

Cosa possiamo fare noi consumatori?

Acquistare capi ecosostenibili è la cosa più facile che i consumatori possono fare.

Per riconoscere i capi bio esistono delle certificazioni rilasciate da enti locali o internazionali, che garantiscono ai consumatori l’acquisto di prodotti realizzati nel totale rispetto degli standard di sostenibilità ambientale. Ad esempio, la Global organic textile standard (Gots) controlla ogni minimo anello della filiera tessile, con l’intento di verificare la totale assenza di sostanze chimiche non conformi ai requisiti base sulla tossicità e sulla biodegradabilità. 

Il certificato Organic content standard (Ocs), inoltre, è una garanzia per i consumatori che intendono acquistare capi fatti con materie prime di natura organica. 

Insomma, tutti insieme possiamo fare di più.

Maria De Luca

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