venerdì , 30 Luglio 2021
mucche di Chernobyl
Foto di Todd Kay da Pixabay

Gli animali che ritornano selvatici: lo strano caso delle mucche di Chernobyl

Chernobyl è una delle pagine più dolorose della storia contemporanea. Nonostante siano passati quasi 35 anni dalla catastrofe, un barlume di speranza per il mondo animale potrebbe ancora esistere. A testimoniarlo è il comportamento insolitamente positivo delle mucche di Chernobyl, che dopo essere state abbandonate, vivono come una mandria selvatica libera di muoversi tra la natura.

Il caso ucraino ha infatti destato molta curiosità. Soprattutto da parte di un team di studiosi del “Chernobyl Radiation and Ecological Biosphere Reserve”, che ha cercato di comprendere in che modo la specie in questione sia riuscita –  a seguito del disastro ambientale – ad adattarsi all’ambiente circostante. 

Procediamo però con ordine. Tracciamo un breve excursus storico a ritroso e scopriamo insieme l’evoluzione delle mucche di Chernobyl che – da addomesticate –  appaiono piuttosto in armonia con una parte di mondo diventata selvaggia.

Il disastro che ha sconvolto l’umanità 

Il disastro di Chernobyl è stato il più grave incidente nucleare (insieme a quello del 2011 di Fukushima, in Giappone) avvenuto durante la notte del 26 aprile 1986. Nello specifico, nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, due furono – a distanza di pochi secondi l’una dall’altra – le esplosioni che distrussero un’area molto estesa della zona ucraina (e non solo).

Prima di poter tornare a vivere a Chernobyl – e zone limitrofe – bisognerà aspettare dai 3.000 ai 20.000 anni. Per questo accertare il numero esatto delle vittime, nonostante sia trascorso molto tempo, risulta attualmente ancora impossibile.

In generale, stando a quanto formulato dal “Chernobyl Forum”, 4mila potrebbero essere i morti totali tra le circa 600mila persone più esposte alle radiazioni. Ovviamente tralasciando tutte quelle che rischiano in futuro di ammalarsi di tumore.  

La nube radioattiva, infatti, contaminò una superficie di 200mila chilometri quadrati, abitata per l’esattezza da quasi 5 milioni di persone. 

Nonostante l’epilogo raccapricciante, il mondo animale non si è fermato. 

Il ritorno al selvatico delle mucche di Chernobyl

Le mucche di Chernobyl hanno ritrovato una vera e propria struttura tipica delle mandrie, che vivono in maniera spontanea. 

Solitamente, infatti, i bovini addomesticati dall’uomo perdono le caratteristiche naturali degli animali selvatici. Nella fattispecie ucraina è successo esattamente il contrario.

Le mucche di Chernobyl, che sono state per lo più sempre allevate, stanno tornando gradualmente allo stato brado. Il che significa, che queste negli anni si siano adattate soprattutto al clima rigido, tipico dell’ex paese sovietico. 

Il caso, essendo singolare, ha suscitato l’attenzione di molti studiosi. 

Il punto di vista della “Chernobyl Radiation and Ecological Biosphere Reserve”

Le mucche di Chernobyl riescono a pascolare nelle fredde lande ucraine senza aver bisogno della guida dell’uomo. Fin qui nulla di strano. Se non fosse per il fatto che gli stessi animali, prima dell’incidente nucleare, erano allevati in apposite fattorie locali.

Una mandria selvatica ha infatti delle caratteristiche completamente differenti rispetto a una addomesticata. La prima deve adattarsi al clima, proteggere i membri più deboli del gruppo e agire in maniera molto responsabile nei riguardi di quelle che potrebbero essere le intemperie della stessa natura.  

I vitelli, ad esempio, essendo i più piccoli, cercano sì protezione tra le mucche e un toro adulto, ma negli anni, secondo gli studi condotti dalla “Chernobyl Radiation and Ecological Biosphere Reserve”, sono diventati sempre più resistenti al freddo. Il toro invece – che guida il gruppo – tiene vicini a sé i giovani maschi, in modo da renderli più forti contro eventuali predatori. A patto che i tori meno adulti rispettino la sua autorità. 

Tempo fa anche altre specie si adattarono per la loro sopravvivenza.

L’inselvatichimento nel passato 

Le mucche di Chernobyl – nella fase di inselvatichimento – sono state paragonate agli uro, gli antenati dei buoi estinti intorno alla metà del 1600. 

L’ultimo esemplare avvistato fu una femmina, che morì per cause naturali nella foresta di Jaktorów (Polonia).

Molti i motivi che contribuirono a mettere fine alla specie: la caccia umana, l’agricoltura nelle zone selvatiche, oltre alle numerose malattie del tempo. 

A 35 anni dal disastro radioattivo la vita animale vuole riprendere i propri spazi. Ecco che l’ecosistema, nelle sue mille sfaccettature, cerca di ritrovare un suo piccolo equilibrio. Purtroppo le radiazioni non saranno mai un punto a favore per nessun essere vivente.

Margherita Parascandalo

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