mercoledì , 14 Ottobre 2026
Foto di Pete Linforth da Pixabay

Plastica negli oceani: il parere del biologo Antonio Di Natale sui radionuclidi

Antonio Di Natale, 68 anni, segretario generale della “Fondazione Acquario di Genova”, nonché biologo marino, ha cercato di fare chiarezza sulla presenza della plastica negli oceani.

Nello specifico, l’esperto si è interrogato sullo stato di salute dei mari, sostenendo, ad esempio, che la “Great Pacific garbage patch” (chiazza di immondizia nel Pacifico) è indubbiamente un problema, ma non l’unico. Infatti, oltre alle pericolose plastiche e microplastiche, anche le sostanze radioattive derivate dall’energia nucleare o dai suoi esperimenti sono dannose per le nostre acque.

Scopriamo insieme il punto di vista di Antonio di Natale sulla plastica negli oceani.

La “Great Pacific Garbage Patch”

La “Great Pacific Garbage Patch”, nota anche come “Pacific Trash Vortex”, è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante di plastica, situato nell’Oceano Pacifico. L’estensione di questa isola non è nota con particolare precisione. Tendenzialmente è compresa tra 700 mila km² e 10 milioni di km².

Misure che la renderebbero più grande dell’intera penisola iberica o della superficie degli Stati Uniti. Numeri non certi anche per quanto concerne la qualità del materiale sommerso nei mari. Infatti, secondo l’esperto biologo italiano sarebbe il caso di parlare in maniera generale di plastiche e (non di plastica), che sommergono gli oceani (di cui solo il 35 % sono riciclabili).

Non solo. Altro tasto dolente, sul quale pone l’accento l’esperto è rappresentato dalla presenza di sostanze radioattive negli oceani.

Non solo plastiche ma anche sostanze radioattive

Di notevole importanza per la salute degli oceani sono anche altre cause d’inquinamento di cui raramente si parla. Nello specifico, Di Natale si riferisce ai radionuclidi; ossia quelle sostanze chimiche radioattive, derivate dall’energia nucleare o dagli esperimenti nucleari. Queste si sono diffuse nell’ambiente e non sono più scomparse. O ancora peggio potrebbero ancora propagarsi.

Ad esempio, parliamo delle acque del reattore di Fukushima, che il Giappone vorrebbe rilasciare in mare l’anno prossimo. Ma anche di quelle che hanno lavato i terreni contaminati dell’Europa dell’Est dopo l’incidente di Chernobyl, giunte fino in mare. E ancora, come non annoverare gli esperimenti atomici in lontani atolli, considerati paradisi turistici in realtà avvelenati. Per non trascurare gli effetti del disastro del reattore nucleare di Fukushima. Secondo cui esistono 1,3 milioni di tonnellate di acqua radioattiva.

In particolar modo, sono soprattutto gli scarichi rilasciati durante gli esperimenti di produzione nucleare a creare i maggiori danni nei nostri mari. 

Il commento di Antonio Di Natale

Rispetto ai tempi di smaltimento l’esperto ha affermato:

Basti pensare che per lo Iodio 131, o radioiodio, occorrono almeno 8 giorni per decretare la carica di decadimento radioattivo; e più di 12 anni, addirittura, per il Trizio. Per il plutonio potremmo sperare in un dimezzamento della sua carica radioattiva in ’soli’ 23 mila anni, mentre per l’uranio 137, ‘basterebbero’ 710 milioni di anni.

Insomma, un altro danno ambientale senza eguali sul quale sarebbe il caso soffermarsi.

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