Parlare di ecomafie nel nostro Paese, e soprattutto in alcune aree italiane, è sempre importante.
Il termine “Ecomafia” è stato usato per la prima volta da Legambiente. Nello specifico si parla di ecomafie, quando vogliamo indicare tutti quei settori della criminalità organizzata che hanno scelto il traffico e lo smaltimento illecito dei rifiuti, l’abusivismo edilizio e le attività di escavazione come nuovo grande business. Ultimamente, stanno acquistando sempre di più rilievo anche i traffici clandestini relativi a opere d’arte rubate e a animali esotici.
Dal 1994, l’Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente, in collaborazione con tutte le forze dell’ordine, l’istituto di ricerche Cresme e numerosi magistrati, stanno cercando in maniera concreta di debellare questi fenomeni di stampo criminale.
Procediamo con ordine e cerchiamo di comprendere in che modo le ecomafie si siano pian piano sviluppate a livello nazionale. Non solo. Cerchiamo di fare chiarezza sulla Terra dei Fuochi e sul Triangolo della Morte, senza dimenticare di citare il rapporto Ecomafia 2020 stilato, appunto, da Legambiente.
Storia dell’ecomafie
Nel lontano 1982, con l’emanazione del D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915 (“Attuazione delle direttive (CEE) n. 75/442 relativa ai rifiuti, n. 76/403 relativa allo smaltimento dei policlorodifenili e dei policlorotrifenili e n. 78/319 relativa ai rifiuti tossici e nocivi”), si è parlato per la prima volta di ecomafie; ossia dei primi reati che segnano il legame tra mafia e rifiuti, più specificatamente tra ecomafia e smaltimenti dei rifiuti.
Dopo i primi processi, a partire dagli anni Novanta, il neologismo “Ecomafia” diventa piano piano un termine diffuso anche nell’ambiente giornalistico. Soprattutto, quando si parla di ragazzi minacciati, in quanto protestano contro discariche, contenenti liquidi che provocano strane reazioni fisiche; o quando dei consiglieri comunali o assessori all’urbanistica, di piccole realtà meridionali, vengono minacciati.
Per i tanti motivi sopracitati, nel 1994, infatti, vengono pubblicati in Italia i primi reportage sulle ecomafie. Come non citare quello redatto per la prima volta dall’associazione italiana Legambiente, intitolato “Le ecomafie – il ruolo della criminalità organizzata nell’illegalità ambientale”, in collaborazione con Eurispes e con l’Arma dei Carabinieri.
Inoltre, dal 1997, Legambiente pubblica ogni anno il Rapporto ecomafia, fondamentale anche per comprendere le dinamiche relative alla Terra dei Fuochi e non solo.
La Terra dei Fuochi
Con l’espressione Terra dei Fuochi, purtroppo ci rifacciamo a un’area estesa della Campania, a cavallo tra le aree napoletane e casertane.
L’attività illegale delle ecomafie legate a questa zona si basa soprattutto sull’interramento illegale di rifiuti tossici e speciali e sui roghi di rifiuti. I roghi dei rifiuti tossici sprigionano nell’aria sostanze nocive come la diossina, dannosissima per la salute dei cittadini del territorio.
L’espressione “Terra dei fuochi” nacque negli anni 2000. Nel 2003, infatti, fo oggetto di studio anche da parte di Legambiente, nel rapporto Ecomafie di quell’anno, anche grazie al giornalista Roberto Saviano, che parlò per la prima volta attraverso un libro d’inchiesta, di ecomafie nel suo cult “Gomorra”. In realtà, chi è del posto visse già con anticipo a questo periodo, le piaghe relativi agli avvelenamenti territoriali. Soprattutto, in termini di salute e malattie.
Infatti, dalle indagini scientifiche successive è stato evidenziato che esiste una correlazione tra i fenomeni in atto nella Terra dei Fuochi e l’aumento del numero di casi di neoplasie tiroidee.
Nonostante, alcuni leader politici abbiano mal gestito l’ecatombe legata alla Terra dei Fuochi, il disastro ambientale esiste ed è radicato soprattutto in alcune aree della Terra dei Fuochi, conosciute come “Il Triangolo della Morte”.
Il Triangolo della Morte
Il Triangolo della Morte è un’area compresa tra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano in Campania. La zona è tristemente nota al gran pubblico per il forte incremento della mortalità locale causato da malattie cancerogene. Molti decessi, infatti, sono correlati allo smaltimento illegale di rifiuti tossici da parte della camorra. Molti rifiuti – così come ha rilevato anche l’inchiesta di FanPage “Bloody Money” – provengono principalmente dalle regioni industrializzate del Nord-Italia.
La definizione “Triangolo della Morte” venne utilizzata la prima volta nell’agosto 2004 dalla rivista scientifica “The Lancet Oncology”, che pubblicò uno studio di Kathryn Senior e Alfredo Mazza dal titolo “Italian “Triangle of death” linked to waste crisis”.
Il rapporto Ecomafia 2020 di Legambiente
Come già detto precedentemente, l’associazione Legambiente da anni si occupa di ecomafie, stilando un rapporto ogni anno.
I dati del rapporto 2020, aggiornati al 16 ottobre 2021 , lasciano poche incertezze e confermano che i fenomeni relativi all’ecomafie non vanno mai in vacanza: l’illegalità ambientale è cresciuta nel 2019 alla media di 4 violazioni di legge ogni ora; attestandosi a 34.648 reati accertati.
L’incremento rispetto al 2018 è del 23,1%. La Campania si colloca al primo posto, con 5.549 reati contro l’ambiente, seguita nel 2019 da Puglia, Sicilia e Calabria (con 47 arresti). Come ogni anno, in queste quattro regioni si concentra quasi la metà di tutti gli illeciti penali accertati: esattamente il 44,4%.
Tuttavia, è fondamentale sottolineare che la Lombardia, con 88 ordinanze di custodia cautelare, registra più arresti per reati ambientali di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia messe insieme (che, in totale, ne contano 86). Il legame tra attività ecocriminali, corruttive, di infiltrazione in gare di appalti pubblici e di condizionamento delle amministrazioni locali genera il cosiddetto business potenziale dell’ecomafia.
La stima totale di questo business è di 19,9 miliardi di euro: valore cresciuto di 3,3 miliardi di euro rispetto al 2019. Secondo Legambiente, infatti, dal 1995 al 2019 “l’affare ecomafia” ha raggiunto 419,2 miliardi di euro.
Per fortuna, dal 2015, è stata introdotta nel nostro Codice penale una legge contro i reati ambientali.
La legge per combattere i reati ambientali
Con l’obiettivo di garantire un netto salto di qualità nella protezione della salute e dei beni naturali, è stata introdotta del Codice Penale la legge n. 68 del 2015.
La Legge 22 maggio 2015, n. 68 recante “Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente”, ha significativamente innovato il sistema di tutela penale dell’ambiente, introducendo nel codice penale il “Titolo VI-bis”, specificamente dedicato ai “Delitti contro l’ambiente”.
Dalla sua entrata in vigore ad oggi, secondo i dati elaborati dal Ministero della Giustizia, sono stati 3.753 i procedimenti penali avviati (quelli archiviati sono stati 623), con 10.419 persone denunciate e 3.165 ordinanze di custodia cautelare emesse.
Di queste, ben 1.686 inchieste hanno riguardato il delitto di inquinamento ambientale (art. 452-bis c.p.), con 2.783 persone denunciate e 501 arresti; mentre, per il delitto di omessa bonifica (art. 452-terdecies c.p.), 273 sono stati i procedimenti avviati, 550 le persone denunciate e 116 le ordinanze di custodia cautelare.
Nessun giro di parole, il profitto non può distruggere vite umane.
Fonti: Legambiente; Ministero della Giustizia.
Ecobionews
