lunedì , 29 Novembre 2021
microplastiche bioedilizia
Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay

Quando le microplastiche diventano materiale per bioedilizia

Le microplastiche possono diventare materiale per bioedilizia? A quanto pare sì. Grazie ad un’invenzione del ricercatore Marco Caniato, della Facoltà di Scienze e Tecnologie Unibz.

Un biopolimero ricavato dalla lavorazione delle alghe rosse permette di sfruttare materiali plastici o inerti di altro genere per realizzare una schiuma adatta all’isolamento acustico e termico delle abitazioni, evitandone la dispersione nell’ambiente marino.

Le microplastiche

Le microplastiche secondarie – cioè i frammenti di plastica di dimensioni inferiori ai 5 mm che derivano dall’utilizzo e dall’abbandono di oggetti come buste o bottiglie di plastica – rappresentano circa il 68 – 81% delle microplastiche presenti negli oceani (fonte: Parlamento Europeo).

Nel 2017 l’ONU ha dichiarato la presenza di 51mila miliardi di particelle di microplastica nei mari della Terra. In pratica sono “500 volte più numerose di tutte le stelle della nostra galassia”.

In tutto il mondo i mari sono descritti come una delle aree più inquinate da micro e macroplastiche, che mettono a rischio la biodiversità marina. E non solo. L’ingresso di questi minuscoli frammenti di plastica nella catena alimentare rappresenta un pericolo anche per la salute dell’uomo.

L’invenzione

Caniato è riuscito a trasformare le microplastiche in materiale per bioedilizia. In sostanza ha utilizzato un biopolimero che si è dimostrato estremamente efficace come isolante termico e acustico per applicazioni industriali, civili e marittime.

Per crearlo, in collaborazione con l’Università di Trieste, ha impiegato un estratto dell’alga agar agar, un polisaccaride normalmente usato come gelificante naturale della consistenza di un gel che, dopo essere stato addizionato con carbonato di calcio, può essere mescolato alla plastica polverizzata.

Come materiali rappresentativi delle microplastiche che più comunemente si trovano in ambiente marino, i ricercatori hanno utilizzato materie plastiche derivate dai rifiuti industriali e domestici (polietilene, bottiglie di tereftalato, polistirolo espanso e schiumato). Dopo la gelificazione, i campioni sono stati congelati a -20 °C per 12 ore e infine liofilizzati per rimuovere l’acqua. Il risultato finale è un materiale poroso che può essere utilizzato, ad esempio, al posto della lana di roccia.

Ma non è solo il prodotto ad essere eco – compatibile. Il processo di realizzazione prevede infatti il riciclo dell’acqua raccolta al termine della liofilizzazione, dopo lo scongelamento.

In ogni caso, il fatto che le microplastiche possano diventare materiale per la bioedilizia rappresenta un enorme passo avanti per l’ambiente (e la salute).

 

Fonti: Ansa e Icp

 

 

Anna Gaia Cavallo

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