martedì , 21 Settembre 2021
alternativa alla plastica tradizionale
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Alternativa alla plastica tradizionale: la bioplastica e la plastica biodegradabile. Quali sono le differenze?

C’è un’alternativa alla plastica tradizionale? Sì. 

Nell’articolo 3 della Direttiva SUP per la plastica monouso – che i Paesi membri dell’Unione Europea dovranno recepire entro il 3 luglio – sono presenti importanti definizioni sul mondo della plastica.

Tale indicazione ha come obiettivo principale combattere l’inquinamento marino, causato dalla dispersione della plastica monouso in prossimità del mare. Di conseguenza, le nuove regole del SUP vietano l’utilizzo di determinati prodotti usa e getta, per i quali esistono in commercio valide alternative. Quali? La bioplastica e la plastica biodegradabile. 

Di solito tendiamo a considerare la bioplastica e quella biodegradabile dei veri e propri sinonimi. Non è assolutamente così. Ad esempio, non è detto che la bioplastica sia anche biodegradabile.

La bioplastica

La bioplastica è un prodotto ricavato da biomassa (un materiale di origine biologica, come l’amido di mais, di grano, di tapioca, di patate). Inoltre, è composta dal polietilene verde, che deriva dalla canna da zucchero. Esso garantisce le stesse prestazioni del polietilene derivato dal petrolio (usato per la plastica comune), ma rispettando l’ambiente.

Ciò significa che la bioplastica è un materiale “bio – based”. Cioè non include nessun componente di origine fossile, quali carbone o petrolio.

L’innovativo tipo di plastica è pensato come un’alternativa alla plastica tradizionale e come un modo per ridurre al minimo l’impatto ambientale. Non solo. L’obiettivo principale è quello di favorire la degradazione veloce del materiale.

A tal proposito e in base al tipo di smaltimento, esistono tre tipi di bioplastica:

  • bioplastica biodegradabile: si decompone in maniera naturale all’aria aperta. Un esempio è l’acido polilattico (PLA); 
  • bioplastica compostabile: deve essere raccolta separatamente dagli altri rifiuti, per poter essere compostata in uno specifico impianto industriale. In modo da creare il compost, grazie all’aiuto di funghi, batteri ed enzimi “assoldati” per lo scopo;
  • bioplastica non biodegradabile: è composta da materie prime biologiche, mescolate a polimeri plastici. Un esempio è il bio – PET, impiegato per le bottiglie di acqua e altre bevande.

A prescindere dal livello di biodegradabilità, la bioplastica è un’alternativa alla plastica tradizionale. Anche se in apparenza viene realizzata per essere quanto più simile a quella classica, sia in termini di consistenza che di robustezza. 

Le principali differenze tra plastica tradizionale e bioplastica

La plastica è un materiale scoperto oltre un secolo fa. Grazie alla sua versatilità, resistenza e basso costo, è stata nel tempo molto estremamente usata. Perché è facile da lavorare, è resistente all’invecchiamento e alla corrosione, è immune da muffe, funghi e batteri. 

Purtroppo, derivando da fonti non rinnovabili, richiede un processo produttivo che ha un immenso impatto negativo sul nostro ambiente.

La bioplastica, invece, è pur sempre un materiale polimerico, ma ha tendenzialmente un impatto ambientale minore. In quanto deriva da materie prime di origine vegetale, rinnovabili ad ogni ciclo di raccolta. Pertanto, il processo di produzione di quest’ultima non rilascia CO2 nell’atmosfera. Difatti è stato calcolato che ad ogni Kg di bioplastica corrisponda una riduzione di ben 3,09 Kg di CO2 nell’atmosfera.

Plastica biodegradabile

Per biodegradabilità intendiamo la capacità di un materiale di dissolversi negli elementi chimici che lo compongono grazie all’azione combinata di agenti biologici.

Come abbiamo già detto, però, esistono vari tipi plastica che non sono biodegradabili. Il materiale plastico, infatti, per essere definito tale, deve avere la capacità di biodegradarsi del 90% in un tempo massimo di 6 mesi. Ogni materiale ha un determinato grado di biodegradabilità che varia. 

Biodegradabile e compostabile

Infine, per distinguere i materiali biodegradabili da quelli compostabili, la principale discriminante è il tempo.

Infatti, per poter essere definito “compostabile” un materiale, nel nostro caso la plastica, deve avere la capacità di essere biodegradata nell’arco di tre mesi.

E ancora: per poter essere abilitata al compostaggio in un impianto industriale, il materiale in esame deve superare anche l’esame relativo alla propria disintegrabilità. 

In conclusione, esiste una valida alternativa alla plastica tradizionale. Capire quali siano le varie tipologie è fondamentale in modo che possano essere riciclate correttamente.

Margherita Parascandalo

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